Privacy Policy Sicurezza sul Lavoro: Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro

Sicurezza sul Lavoro

La Salute e la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro

 
Il diritto al lavoro è un diritto di tutti gli italiani, sancito anche dalla Costituzione Italiana; la sicurezza sul lavoro è il diritto ad avere un lavoro sicuro che esponga il lavoratore al minimo rischio possibile per la salute e la sicurezza.
 

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Le prime leggi sulla sicurezza dei luoghi di lavoro furono introdotte in Italia nel 1942 nel codice civile, ma sarà negli anni ’50 che si svilupperanno nuove linee di pensiero e attraverso l'evoluzione del movimento sindacale si comincerà a porre l'attenzione sui diritti del lavoratore, primo tra tutti la salvaguardia della salute. In questo decennio vedranno la luce i DPR 547/55 e DPR 303/56: saranno le colonne portanti della concezione di sicurezza sul lavoro che, prioritariamente, tenderà ad assegnare al fattore umano la responsabilità della sua attuazione.
 
Sarà un lungo periodo che durerà fino al 1994, quando verrà emanato il D. Lgs. 626/94. Questo decreto stravolgerà la concezione di salute e sicurezza sul lavoro, portando la gestione delle stesse ad un livello “dinamico”, in cui tutti i soggetti presenti in azienda (datore di lavoro, dirigenti, lavoratori, ecc.) sono coinvolti a vario titolo nel garantire adeguati livelli di sicurezza. Si introduce un concetto prioritario: rimuovere completamente i pericoli, intendendo “possibile” come “fattibile tecnicamente”. La giurisprudenza ha puntualizzato, nel corso del tempo, che il “minimo” indicato dalla norma è un “limite tendente a zero”.
 

 
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008 (Suppl. Ordinario n.108) vede la luce il D. Lgs. 81/08, l’attuale punto di riferimento per quanto concerne la salute e la sicurezza sul lavoro.

La salute, secondo quanto asserito dall’OMS (fin dal lontano 1946) è “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”, inoltre, viene considerata un diritto di ogni persona.
Universalmente, la salute lavorativa viene concepita come il raggiungimento di obiettivi congiunti: il miglioramento dell’ambiente di lavoro e del lavoro stesso, il mantenimento e la promozione della salute e della capacità operativa dei lavoratori, lo sviluppo di organizzazioni lavorative e di culture del lavoro con una concezione tale da essere di supporto e, così facendo, favoriscano un clima sociale positivo, un’agevole operatività e possano migliorare la produttività delle imprese.

Sebbene il raggiungimento di questi obiettivi sia una meta piuttosto impegnativa, la metodologia con cui raggiungerli ci viene suggerita dal D. Lgs. 81/08 stesso, dove nelle misure generali di tutela elenca una serie di comportamenti che sono il fondamento della salute e sicurezza sul lavoro. La valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza, innanzitutto. Da questa analisi si dipanerà l’intera matassa.

A seguire, la programmazione di tutti gli altri aspetti: la formazione e l’informazione dei lavoratori, le squadre per la lotta antincendio e la gestione delle emergenze, la manutenzione adatta di immobili ed attrezzature di lavoro, la scelta delle persone adatte che in azienda possiedono le caratteristiche idonee per ricoprire i ruoli che della sicurezza si occupano quotidianamente, la creazione di una struttura in cui le diverse figure coinvolte dialoghino fra loro. Tutto questo per arrivare all’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, ottenere la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico.

La moderna teoria del mantenimento di adeguati standard di sicurezza sui luoghi di lavoro si basa su due concetti fondamentali: la “lifelong learning” e la B-BS (Behavior- Based Safety). La prima è l’assunto secondo il quale la formazione continua del lavoratore, lungo tutta la sua vita, sia essenziale per poter mantenere vive e aggiornate al progresso le conoscenze nel soggetto. La B-BS, invece, punta (in concomitanza alla prima) al corretto comportamento, all’ottenimento del giusto modo di agire in tutte le circostanze.
Quando eseguita correttamente, la gestione della sicurezza sul lavoro può addirittura rientrare all’interno di un MOG avente efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa, ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231.

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    Adeguamento Macchine Usate “Ante 1996”

    Adeguamento Macchine Usate “Ante 1996”

    Secondo la normativa attuale, le macchine e le attrezzature da lavoro possono essere immesse nel mercato dell’Unione Europea a condizione che abbiano i requisiti necessari per garantire la sicurezza dei dipendenti. Ciò nonostante, il datore di lavoro ha il dovere di effettuare sui macchinari un’attenta valutazione dei rischi e verificare quali interventi effettuare, tenendo anche conto dell’evoluzione tecnica nel corso del tempo.

    Il problema, tuttavia, si pone soprattutto per le macchine più vecchie cioè costruite prima del 1996, anno in cui è entrata in vigore la direttiva che ha imposto l’obbligo della marcatura CE. In tal caso, infatti, bisogna procedere ad un intervento di adeguamento macchine alla normativa comunitaria, che può essere effettuato direttamente oppure avvalendosi di personale esperto e qualificato.
     

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    Cosa si intende per Macchina Usata?

    Un macchinario oppure un’attrezzatura di lavoro si considerano usati quando sono stati già utilizzati in uno Stato dell’Unione Europea e devono essere nuovamente immessi sul mercato. In questo caso, potrebbe essere necessario un intervento di adeguamento.

    adeguamento macchine usate

    Preliminarmente, occorre verificare le seguenti ipotesi:

    • se il macchinario è stato immesso sul mercato dopo l’entrata in vigore della Direttiva Macchine, allora sarà già dotato della conformità e quindi avrà la marcatura CE;
    • se si vuole vendere un macchinario usato prodotto prima dell’entrata in vigore della Direttiva macchine, bisogna prima accertarsi che esso sia adeguato ai livelli di sicurezza previsti dalla legislazione;
    • se il macchinario usato è di provenienza extra UE, allora è da considerare come una prima immissione o comunque prima messa in servizio sul mercato. Quindi, essendo soggetto alla Direttiva Macchine, vi è l’obbligo di marcatura CE.

    In sintesi, le macchine immesse sul mercato o messe in servizio a partire dal novembre 1996 devono avere i requisiti essenziali di sicurezza (RES), quindi la marcatura CE, l’attestazione di conformità, il libretto di uso e di manutenzione e il fascicolo tecnico.

    Invece, per i macchinari utilizzati prima del 1996 è necessario procedere ad un intervento di adeguamento.

    Per realizzare l’intervento di adeguamento ci sono due possibilità:

    • apporre direttamente sul macchinario il nome e il marchio e procedere con la marcatura CE. Ne consegue che il prodotto potrà poi circolare liberamente all’interno del mercato europeo;
    • rivolgersi ad un esperto che, dopo aver effettuate le verifiche, rilascerà una dichiarazione di conformità al termine dell’intervento, o, in alternativa, una perizia asseverata.

    Successivamente, è necessario valutare se occorre procedere all’aggiornamento degli schemi elettrici, all’apposizione della targa di identificazione, alla redazione del manuale di uso e manutenzione aggiornato, ecc.

    Normativa sulla Sicurezza delle Macchine

    La normativa nel settore della sicurezza delle macchine e delle attrezzature si è evoluta nel corso del tempo al fine di ridurre notevolmente il rischio degli infortuni sul luogo di lavoro.

    A livello comunitario e nazionale gli interventi normativi hanno riguardato principalmente due aspetti:

    • consentire ai costruttori e agli utilizzatori delle macchine di effettuare una corretta valutazione del rischio allo scopo di adottare le misure più adeguate e ridurre il numero di incidenti;
    • progettare macchine sempre più sicure.

    In particolare, con l’entrata in vigore della Direttiva Macchine (2006/42/CE) si è conseguito un livello di sicurezza ancora più elevato, prevedendo una serie di regole e di adempimenti da rispettare – come l’obbligo della marcatura CE – affinché le macchine possano essere immesse nel mercato, quindi di circolare liberamente in tutto lo Spazio Economico Europeo, grazie a dei livelli di protezione comuni validi in tutti gli Stati membri.

    Inoltre, va ricordato il Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08), che ha dedicato l’allegato V ai requisiti di sicurezza delle attrezzature di lavoro con particolare riferimento alle direttive europee.

    Ancora, va menzionato anche l’art. 2087 del Codice Civile, che impone di adottare le misure che secondo “la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori d’opera”.

    Definizione di Macchina e Applicazione della Direttiva

    In base all’art. 2 della direttiva comunitaria, la macchina è un “insieme equipaggiato o destinato ad essere equipaggiato di un sistema di azionamento diverso dalla forza umana o animale diretta, composto di parti o di componenti, di cui almeno uno mobile, collegati tra loro solidamente per un’applicazione ben determinata”.

    Quindi, in altri termini, la macchina deve avere almeno un organo in movimento azionato da una fonte di energia (esterna come l’elettricità, la batteria, il combustibile oppure interna come il peso, la molla, ecc. ecc.) per effettuare una serie di operazioni ben precise.

    La Direttiva 2006/42/CE riguarda principalmente:

    1. le macchine;
    2. le attrezzature intercambiabili;
    3. i componenti di sicurezza;
    4. gli accessori di sollevamento;
    5. le catene, funi e cinghie;
    6. i dispositivi amovibili di trasmissione meccanica;
    7. le quasi-macchine.

    Classificazione delle Macchine

    È possibile operare la seguente classificazione:

    • macchine vecchie: ossia quelle costruite prima del 1996 secondo la legislazione nazionale dell’epoca;
    • macchine non più nuove: quelle costruite nel periodo che va dal 1996 al 2010;
    • macchine nuove: quelle costruite dopo il 2010 secondo la direttiva 2006/42/CE.

    Inoltre, le macchine si distinguono a seconda che siano o meno munite della marcatura CE (Marchio di Conformità Europea), ossia un’autocertificazione che garantisca al consumatore la conformità del macchinario alle disposizioni della Comunità Europea in materia di salute e sicurezza. Il marchio CE è obbligatorio dal 1996, ossia da quando è entrata in vigore la Direttiva Macchine. Tuttavia, anche le macchine con marcatura CE spesso necessitano di ulteriori verifiche più approfondite.

    Requisiti RES delle Macchine

    La macchina deve rispondere ai requisiti essenziali di sicurezza e salute (RES), cioè deve essere:

    • costruita secondo parametri ben precisi;
    • marcata e riconoscibile;
    • munita di manuale di istruzioni per l’uso e la manutenzione;
    • dotata della dichiarazione di conformità da parte del fabbricante.

    Rispettando i suddetti requisiti, la macchina è ritenuta conforme al mercato dell’Unione Europea e può essere riconosciuta con la targa CE.

    Inoltre, applicando il principio di integrazione della sicurezza è possibile ridurre ulteriormente il numero di infortuni. Detto principio prevede che:

    • i rischi siano eliminati già in fase progettuale;
    • vengano adottati i dispositivi di sicurezza;
    • i rischi residui non eliminabili debbano essere riportati nelle istruzioni;
    • si chiariscano le regole di utilizzo del macchinario.

    Obblighi del Fabbricante e del Progettista

    Il fabbricante ha l’obbligo di effettuare un’analisi dei rischi per determinare i requisiti essenziali da applicare alla macchina. I risultati devono essere sempre riportati nella documentazione tecnica. Sul piano della progettazione, invece, occorre integrare la sicurezza studiando anche eventuali condizioni d’impiego anomale del macchinario.

    Obblighi del Datore di Lavoro per la Sicurezza delle Macchine

    Ai sensi del Testo Unico sulla Sicurezza (D.lgs n 81/08), il datore di lavoro ha l’obbligo di:

    • adottare le misure necessarie affinché tutte le attrezzature da lavoro (come, ad esempio, macchine e apparati) messe a disposizione dei dipendenti siano adeguate al lavoro da svolgere e possano essere utilizzate senza rischi né per la sicurezza né per la salute;
    • ordinare o utilizzare solo attrezzature di lavoro conformi alle disposizioni delle direttive vigenti oppure ai requisiti minimi fissati nell’allegato alla direttiva 89 655 /CEE
    • adottare i provvedimenti utili a garantire la conformità delle attrezzature di lavoro;
    • informare e formare i lavoratori per quanto riguarda l’impiego dei macchinari e delle attrezzature di lavoro;
    • verificare costantemente, anche con il passare del tempo, la rispondenza delle attrezzature di lavoro, rispetto all’epoca della loro produzione, ai requisiti previsti dalla legge in tema di sicurezza tenendo conto dell’evoluzione e dell’innovazione normativa e tecnologica.

    Macchine Usate prive di Conformità: si possono Vendere?

    In base alla normativa, chiunque venda una macchina oppure un’attrezzatura ad altri ha l’obbligo di attestare che le stesse siano conformi alla legislazione previgente. In caso contrario, la macchina non potrà essere acquistata ed impiegata per le lavorazioni.

    Chi intende disfarsi di una macchina non a norma, quindi priva di conformità, può considerare le seguenti possibilità:

    • la permuta: è importante che nell’atto di compravendita il venditore specifichi la macchina non è in regola con le disposizioni di legge e che può essere immessa nel mercato solamente se adeguata alle norme di sicurezza;
    • la cessione per conto vendita: l’obbligo di attestare la conformità della macchina alle norme previgenti ricade sul venditore;
    • la rottamazione: il venditore ha solo il compito di accertare che la ditta acquirente sia autorizzata allo smaltimento di rifiuti;
    • l’adeguamento: le macchine devono essere sempre identificabili per cui è necessaria la presenza di una targhetta di identificazione che riporti il nome del costruttore, il modello e le caratteristiche principali.

    Quindi, una macchina non marcata CE e messa in servizio prima del 1996 può essere venduta solo se è a norma ed è accompagnata da un’attestazione di conformità ai requisiti generali di sicurezza. Ciò vale anche nei casi di vendite fallimentari.

    Eccezionalmente, la macchina non a norma può essere venduta solo ad una ditta specializzata nell’effettuare le operazioni di adeguamento delle macchine.

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      Apparecchi di Sollevamento: quali Verifiche Periodiche effettuare?

      Apparecchi di Sollevamento: quali Verifiche Periodiche effettuare?

      Tutti gli apparecchi di sollevamento utilizzati da un’impresa (come, ad esempio, una gru) devono essere sottoposti periodicamente ad una verifica per valutarne lo stato ai fini della sicurezza dei lavoratori.

      Secondo la normativa, infatti, sono soggette alla verifica periodica “qualsiasi macchina, apparecchio, utensile o impianto, inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo, destinato a essere usato durante il lavoro”.
       

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      Pertanto, il datore di lavoro (oppure un suo delegato) deve inviare all’unità operativa INAIL territorialmente competente la comunicazione di messa in servizio e la richiesta di prima verifica. A partire dal mese di maggio 2019, entrambe le istanze possono essere inoltrate utilizzando il sistema telematico CIVA, previa registrazione al portale dell’Istituto.

      In termini generali, la prima verifica periodica consente di accertare lo stato di manutenzione e conservazione dell’apparecchio, le condizioni di sicurezza e l’efficienza dei dispositivi di controllo. La procedura prevede un esame documentale, un controllo visivo dello stato di conservazione dei comandi e dei circuiti a vista, le prove di funzionamento dell’apparecchio, ecc.

      In ogni caso, l’INAIL ha predisposto un protocollo aggiornato (Guida di servizi di verifica di attrezzature, macchine e impianti di più ampia pratica e interesse) che fornisce a tutti i soggetti coinvolti informazioni utili in materia (come, ad esempio, il modello di richiesta di prima verifica periodica e la compilazione della scheda tecnica).

      Infine, la normativa prevede anche la possibilità di effettuare delle indagini supplementari specifiche qualora dalla comunicazione di messa in servizio sia passato troppo tempo ed è necessario valutare fino a quando l’apparecchio potrà essere utilizzato in sicurezza.

      Apparecchi di sollevamento

      Secondo la normativa (D.M. 11 aprile 2011), il datore di lavoro in possesso di un apparecchio di sollevamento ha l’obbligo di:

      1. comunicare la messa in servizio dell’attrezzatura all’unità operativa territoriale INAIL competente, la quale poi provvede all’assegnazione di una matricola;
      2. richiedere la prima delle verifiche periodiche all’unità operativa territoriale INAIL competente;
      3. richiedere la verifica periodica successiva all’Azienda sanitaria nazionale (ASL), all’Agenzia regionale protezione ambientale (ARPA) oppure ai soggetti pubblici o privati abilitati.

      apparecchi sollevamento

      Gli apparecchi di sollevamento sono tutti quelli destinati alla movimentazione e al sollevamento, nello spazio, di un carico sospeso mediante gancio o altri organi di presa. Più precisamente, sono soggetti alle verifiche periodiche sia gli apparecchi di sollevamento di cose che di persone.

      Apparecchi di sollevamento di cose

      1. Apparecchi mobili di sollevamento materiali di portata superiore a 200 kg;
      2. Apparecchi trasferibili di sollevamento materiali di portata superiore a 200 kg;
      3. Apparecchi fissi di sollevamento materiali di portata superiore a 200 kg;
      4. Carrelli semoventi a braccio telescopico (verifica annuale);
      5. ldroestrattori a forza centrifuga (verifica triennale).

      Apparecchi di sollevamento di persone

      a) Scale aree ad inclinazione variabile;
      b) Ponti mobili sviluppabili su carro ad azionamento motorizzato;
      c) Ponti mobili sviluppabili su carro a sviluppo verticale azionati a mano;
      d) Ponti sospesi e relativi argani;
      e) Piattaforme di lavoro autosollevanti su colonne;
      f) Ascensori e montacarichi da cantiere scale aeree ad inclinazione variabile.

      I carri raccogli frutta (art. 1.1.2. DM 11-04-2011) sono equiparati a ponti sospesi e relativi argani.

      La Guida Inail specifica che rientrano nella categoria degli apparecchi di sollevamento di tipo fisso:

      • Gru a ponte: capace di muoversi su binari o vie di corsa avente almeno una trave principalmente orizzontale e dotata di almeno un meccanismo di sollevamento. [UnI En 15011:2014];
      • Gru a cavalletto: capace di muoversi su ruote lungo binari, vie di corsa o superfici stradali, oppure gru senza ruote montate in posizione fissa, avente almeno una trave principalmente orizzontale supportata da almeno una gamba e dotata di almeno un meccanismo di sollevamento. [UnI En 15011:2014];
      • Gru Derrick: gru a braccio orientabile il cui braccio ausiliario è fissato alla parte inferiore del puntone che è munito di appoggi in alto e in basso. [UnI ISO 4306-1:2010];
      • Gru a braccio rotante: gru motorizzata progettata per installazione permanente, sia montata in posizione fissa, sia libera di traslare su rotaie orizzontali, dotata di un braccio che può ruotare intorno a un asse verticale [UnI En 14985:2012].;
      • Gru a sbalzo: gru a braccio il cui organo di presa è sospeso a un braccio a sbalzo rigidamente assicurato, oppure a un carrello che si sposta lungo lo sbalzo stesso. [UnI ISO 4306-1:2010];
      • Gru monorotaia: gru costituita da un paranco, che scorre, mediante un carrello, lungo una trave fissa.

      La comunicazione di messa in servizio

      Il datore di lavoro in possesso di un nuovo apparecchio di sollevamento deve procedere con la comunicazione di messa in servizio da inoltrare all’INAIL attraverso i servizi online disponibili sul portale. È opportuno allegare alla richiesta anche la copia della dichiarazione CE di conformità dell’attrezzatura di lavoro.

      Una volta ricevuta la comunicazione di messa in servizio del datore di lavoro, l’INAIL provvede ad assegnare una matricola all’attrezzatura e a trasmetterla all’utente.

      Richiesta di prima verifica periodica

      Comunicata la messa in servizio, il datore di lavoro deve richiedere all’INAIL territorialmente competente la prima delle verifiche periodiche per gli apparecchi di sollevamento, altrimenti l’attrezzatura non potrà essere utilizzata. La richiesta deve contenere in particolare:

      • il luogo in cui si trova l’attrezzatura di lavoro;
      • i dati fiscali del datore di lavoro (sede legale, codice fiscale, partita Iva);
      • i dati identificativi dell’attrezzatura di lavoro;
      • l’indicazione del soggetto abilitato ad effettuare la verifica.

      A partire dal 2019, la comunicazione di messa in servizio e la richiesta di prima verifica periodica vanno inoltrate utilizzando il canale telematico CIVA dopo essersi registrati sul portale dell’Istituto.

      Con la prima verifica periodica si può controllare:

      • che la configurazione dell’attrezzatura di sollevamento sia conforme a quella prevista dal fabbricante nelle istruzioni;
      • lo stato di manutenzione e conservazione degli apparecchi;
      • il mantenimento delle condizioni di sicurezza;
      • l’efficienza dei dispositivi di sicurezza e controllo.

      Una volta ricevuta la richiesta, l’INAIL deve dare una risposta entro 45 giorni. In particolare, l’Istituto può rispondere:

      • effettuando direttamente la verifica oppure incaricando la ASL o l’ARPA;
      • affidando il servizio al soggetto abilitato indicato dal datore di lavoro nella richiesta di prima verifica.

      Se l’INAIL non risponde alla richiesta entro i 45 giorni, il datore di lavoro deve incaricare direttamente uno dei soggetti abilitati di effettuare la verifica.

      Chi deve fare la richiesta di verifica periodica e messa in servizio?

      La richiesta di messa in servizio e di verifica periodica dell’apparecchio di sollevamento devono essere presentate dai seguenti soggetti:

      • datore di lavoro dell’impresa che utilizza l’apparecchio oppure da un suo delegato;
      • lavoratore autonomo proprietario e/o utilizzatore.

      In cosa consiste la verifica periodica?

      La verifica consente di identificare l’attrezzatura di lavoro in base alla documentazione allegata alla comunicazione di messa in servizio. In pratica, è necessario controllare il nome del costruttore, il tipo e il numero di fabbrica dell’apparecchio, l’anno di costruzione, la matricola assegnata dall’INAIL.

      Inoltre, viene controllata la seguente documentazione:

      1. dichiarazione CE di conformità;
      2. dichiarazione di corretta installazione (ove previsto da disposizioni legislative);
      3. tabelle/diagrammi di portata (ove previsti);
      4. diagramma delle aree di lavoro (ove previsto);
      5. istruzioni per l’uso.

      Lo step successivo è quello di:

      • verificare la regolare tenuta del registro di controllo e dello stato di conservazione dell’apparecchio;
      • effettuare le prove di funzionamento dell’attrezzatura di lavoro e di efficienza dei dispositivi di sicurezza.

      Scheda tecnica e verbale di verifica

      La prima verifica comprende la compilazione della scheda tecnica di identificazione dell’attrezzatura, oltre ad una serie di controlli per i quali andrà redatto un verbale di verifica

      La scheda tecnica serve a identificare l’attrezzatura nel corso delle verifiche successive e va compilata in base a specifiche informazioni raccolte dalla documentazione dell’apparecchio (ad esempio, dichiarazione CE di conformità, registro di controllo, ecc.).

      Il verbale di verifica periodica, invece, è il documento rilasciato al termine della verifica.

      L’indagine supplementare: cos’è?

      La normativa prevede che per le gru mobili, gru trasferibili e ponti mobili sviluppabili è necessario procedere con un’indagine supplementare qualora siano trascorsi tanti anni dalla messa in servizio dell’apparecchiatura (10 anni per la gru a torre, gru caricatrici e gru mobili e 20 anni per tutte le altre gru).

      Quindi l’indagine supplementare non è altro che un’attività di verifica specialistica che serve a:

      • individuare eventuali vizi, difetti o anomalie connesse all’attrezzatura di lavoro;
      • stabilire per quante tempo ancora l’apparecchio potrà essere utilizzato in condizioni di sicurezza.

      L’indagine supplementare deve essere eseguita necessariamente da personale qualificato, vale a dire da un ingegnere abilitato al fine di:

      • ottenere un giudizio tecnico sullo stato di conservazione strutturale della macchina;
      • valutare la vita residua dell’apparecchio in funzione dell’analisi di rischio.

      Va precisato che gli enti di controllo (Ispettorato del Lavoro, INAIL, ARPA, ecc.) richiedono solo il corretto svolgimento delle verifiche periodiche. Tuttavia, l’indagine supplementare sarà obbligatoria nel momento in cui, ad esempio, si verifica un aumento della frequenza dei difetti rilevati oppure se a seguito dell’ispezione è emerso un significativo deterioramento delle condizioni dell’apparecchio di sollevamento.

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        Verbale Riunione Periodica: come si Prepara, chi deve Farlo

        Verbale Riunione Periodica: come si Prepara, chi deve Farlo

        Il Verbale Riunione Periodica deve essere redatto durante la riunione periodica che il datore di lavoro (con più di 15 dipendenti) ha l’obbligo di indire una volta all’anno; si tratta di uno dei momenti più importanti in tema di sicurezza aziendale.

        Durante la riunione devono essere discussi i problemi e le questioni più rilevanti connessi alla sicurezza sul luogo di lavoro, come l’andamento degli infortuni, il documento di valutazione rischi, la formazione dei lavoratori, l’introduzione di nuove tecnologie, la programmazione degli interventi di prevenzione e protezione, ecc.
         

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        La riunione si svolge tra i professionisti che nell’azienda ricoprono un ruolo nell’ambito della sicurezza, come il datore di lavoro, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS), il medico competente e il responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP).

        Nel corso della riunione dovranno essere affrontati i punti all’ordine del giorno e una volta terminata deve essere redatto un verbale, che possono consultare tutti i partecipanti e gli organi ispettivi.

        Infine, va precisato che la mancata convocazione della riunione periodica e l’omessa compilazione del verbale comportano delle sanzioni pecuniarie molto elevate.

        A cosa serve la Riunione Periodica

        In base al D.lgs. 81/08, il datore di lavoro, direttamente o tramite il servizio di prevenzione e protezione dai rischi, ha l’obbligo di indire una riunione almeno una volta l’anno allo scopo di monitorare i rischi di infortuni e malattie professionali e capire le azioni da intraprendere per migliorare la sicurezza dei lavoratori all’interno dell’azienda, compresa la programmazione e l’introduzione di nuove tecnologie.

        verbale riunione periodica

        Se l’azienda è suddivisa in più sedi in ognuna delle quali sono presenti figure facenti capo a un Servizio di Prevenzione e Protezione Centralizzato, è bene organizzare una riunione periodica distinta per ogni sede evidenziando eventuali criticità.

        Chi deve Partecipare

        Alla riunione periodica devono partecipare le seguenti figure professionali:

        1. il datore di lavoro o un suo delegato: la sua presenza sarà fondamentale qualora debbano essere approvati degli interventi;
        2. il responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi (RSPP): ha il compito principale di coadiuvare il datore di lavoro nel predisporre le misure di prevenzione e protezione per salvaguardare la sicurezza e la salute dei lavoratori;
        3. il medico competente: tale figura partecipa alla riunione solo se in azienda è prevista la sorveglianza sanitaria;
        4. il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS): riporta il punto di vista dei lavoratori in materia di mantenimento e miglioramento della sicurezza in azienda.

        L’assenza di uno o più delle suddette figure professionali rende nulla la riunione periodica. Inoltre, in base al tema oggetto della riunione periodica possono partecipare anche altre figure professionali particolarmente esperte che possono apportare il loro contribuito come, ad esempio, il responsabile delle risorse umane, il responsabile dell’amministrazione e controllo, il preposto, ecc.

        Come si Svolge la Riunione Periodica

        I temi che il datore di lavoro sottopone ai partecipanti alla riunione periodica sono sostanzialmente i seguenti:

        1. il documento di valutazione dei rischi (DVR): dovranno essere affrontati i rischi rilevati, i livelli di esposizione e le misure di prevenzione e protezione poste in essere. Se non è ancora stata consegnata una copia del DVR occorre richiederne una inviando una lettera prima della riunione;
        2. l’andamento degli infortuni e delle malattie professionali e della sorveglianza sanitaria: in particolare, il medico competente deve comunicare i risultati anonimi collettivi della sorveglianza sanitaria effettuata e fornire indicazioni per attuare le misure a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori;
        3. i criteri di scelta, le caratteristiche tecniche e l’efficacia dei dispositivi di protezione individuale: in pratica occorre verificare se i lavoratori sono stati adeguatamente informati sull’uso dei DPI indicati nel documento valutazione rischi, sulla loro sostituzione, sulla pulizia dei DPI in uso, ecc.;
        4. l’informazione e la formazione dei dirigenti, dei preposti e dei lavoratori ai fini della sicurezza e della protezione della loro salute. Sulla base dei risultati emersi dal DVR e dalla sorveglianza sanitaria, vengono proposti argomenti specifici sui quali avviare la formazione relativa all’anno successivo.

        Inoltre, nel corso della riunione possono essere individuati anche i seguenti aspetti:

        • i codici di comportamento e buone prassi per prevenire i rischi di infortuni e di malattie professionali;
        • gli obiettivi di miglioramento della sicurezza complessiva sulla base delle linee guida per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro.

        Come si Prepara

        La riunione periodica è uno strumento molto utile nella gestione della prevenzione dei rischi aziendali, in quanto ha la funzione di programmare le misure di miglioramento della sicurezza e di monitorare l’andamento degli infortuni.

        Per una corretta ed efficace riunione periodica sono importanti i seguenti elementi:

        • la preparazione dell’incontro;
        • la presenza di tutti i soggetti aziendali previsti;
        • la collaborazione da parte di tutti i partecipanti e la disponibilità a dedicare il tempo necessario;
        • la disponibilità reciproca al confronto e al rispetto dei ruoli.

        Per la preparazione della riunione sono necessari:

        • i sopralluoghi per verificare l’ambiente di lavoro;
        • le osservazioni dei colleghi, le assemblee, i questionari;
        • la documentazione: in particolare occorre avere a disposizione il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), i precedenti verbali, gli esiti anonimi della sorveglianza sanitaria, infortuni e malattie professionali, incidenti, eventuali verbali degli organi di vigilanza, proposte per la formazione, un report degli interventi pianificati nella pregressa riunione, ecc.

        Per la convocazione della riunione periodica viene inviata una lettera scritta almeno 5 giorni prima in cui occorre specificare gli argomenti all’ordine del giorno, ossia:

        • l’analisi del documento valutazione rischi;
        • l’idoneità dei dispositivi di protezione individuale (DPI);
        • l’andamento degli infortuni e delle malattie professionali;
        • i programmi di informazione e formazione dei lavoratori;
        • varie ed eventuali.

        Il Verbale della Riunione Periodica

        L’esito dell’incontro, comprese le valutazioni e le eventuali azioni di miglioramento, dovranno essere riportate in un apposito verbale conservato a cura del Servizio di Prevenzione e Protezione. Detto verbale, datato e firmato, dovrà essere messo disposizione per la consultazione da parte dei partecipanti (Datore di lavoro, Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione, Medico Competente, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) e degli organi ispettivi.

        Ogni quanto bisogna Farla

        La riunione periodica è obbligatoria per le aziende con più di 15 dipendenti e deve essere indetta almeno una volta nel corso dell’anno e ogni volta ricorrano variazioni significative dal punto di vista strutturale, organizzativo e tecnologico tali da esporre i lavoratori a nuovi rischi (come, ad esempio, l’introduzione di un nuovo macchinario nello stabilimento).

        Per le unità produttive con meno di 15 dipendenti, invece, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza ha facoltà di chiedere la convocazione di una apposita riunione.

        Riunione Periodica: quali sono le Sanzioni?

        Il D.Lgs 81/08 prevede le seguenti sanzioni:

        • ammenda da 2.192,00 euro a 4.384,00 euro per mancata convocazione della riunione periodica in caso di significative variazioni delle condizioni di lavoro;
        • sanzione amministrativa pecuniaria da 548,00 euro a 1.972.80 euro per la mancata compilazione del verbale della riunione e impossibilità di consultazione;
        • sanzione amministrativa pecuniaria da 2.192,00 euro a 7.233,60 euro per il datore di lavoro e il dirigente che nel corso della riunione non sottopongono all’attenzione dei partecipanti il documento di valutazione dei rischi, l’andamento degli infortuni e delle malattie professionali e della sorveglianza sanitaria, i criteri di scelta, le caratteristiche tecniche e l’efficacia dei dispositivi di protezione individuale, i programmi di informazione e formazione dei dirigenti, dei preposti e dei lavoratori ai fini della sicurezza.

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          Clima Acustico: che cos’è e la Valutazione Previsionale di Impatto Acustico

          Clima Acustico: che cos'è e la Valutazione Previsionale di Impatto Acustico

          In base alla normativa, l’inquinamento acustico è provocato dall’introduzione di rumore nell’ambiente tanto da arrecare fastidio, disturbo o comunque pericolo per la salute umana.

          Ebbene, quando si costruisce una nuova struttura oppure si amplia un edificio già esistente occorre prestare molta attenzione all’impatto sonoro che le nuove opere avranno sull’ambiente. Se il rumore generato supera i limiti previsti dalla legge, si rischiano pesanti sanzioni amministrative.
           

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          Prima di agire, quindi, è necessario effettuare una valutazione sia del clima acustico sia dell’impatto acustico. In altre parole, il progettista o comunque l’impresa edile, con l’ausilio di personale tecnico specializzato, devono redigere un documento per verificare, grazie a delle specifiche misurazioni, la quantità, l’intensità e le conseguenze provocate dal rumore. Dette valutazioni andranno poi ripetute ogni qualvolta si verifichino dei cambiamenti dei livelli rilevati in precedenza.

          La normativa ha quindi l’obiettivo tutelare l’ambiente e la salute dai danni provocati dall’inquinamento acustico.

          Normativa di Riferimento

          La normativa di riferimento in materia è la Legge n. 447 del 26 ottobre 1995, (composta da 17 articoli) che definisce l’inquinamento acustico come “introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno, tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi”.

          clima acustico

          La legge, inoltre, stabilisce i compiti che spettano:

          • agli enti pubblici in fase di regolamentazione, pianificazione e controllo;
          • ai soggetti pubblici e/o privati che possono causare, direttamente o indirettamente, l’inquinamento acustico.

          La Valutazione Clima Acustico

          L’art. 8 della legge n. 447/1995 chiarisce le attività per le quali è obbligatorio effettuare una valutazione del clima acustico e dell’impatto acustico (previsionale e/o in opera).

          In particolare, la valutazione previsionale di clima acustico (VPCA) ha lo scopo di accertare la quantità e l’intensità di rumore in una specifica zona prima della realizzazione di determinate opere edilizie. In questo modo, è possibile verificare che il rumore non rechi fastidio alle attività prossime all’insediamento in quella determinata zona.

          Più precisamente, è obbligatorio procedere con la valutazione del clima acustico nelle aree in cui dovranno essere realizzate le seguenti opere:

          • scuole e asili nido;
          • ospedali, case di cura e di riposo;
          • parchi pubblici urbani ed extraurbani;
          • nuovi insediamenti residenziali posti nelle vicinanze di opere particolarmente rumorose.

          Per una corretta valutazione – che può essere effettuata solamente da un tecnico specializzato in acustica ambientale – sono indispensabili le misure fonometriche che permettono di registrare le condizioni sonore esistenti e capire i livelli di rumore (abituali e massimi) ammissibili in relazione all’attività che dovrà realizzarsi in quell’area.

          I criteri per redigere la valutazione di clima acustico sono stabiliti da ogni Regione. Sulla base dei risultati, si potrà approvare o meno la costruzione della struttura, altrimenti occorrerà interrompere il progetto in corso.

          Valutazione Previsionale di Impatto Acustico

          La Valutazione Previsionale di Impatto Acustico (VPIA) identifica l’impatto sonoro che potrà avere una nuova opera rispetto alla situazione di partenza. Anche in tal caso, la valutazione viene fatta prima di realizzare, modificare o potenziare le opere che possono causare un impatto acustico considerevole, come ad esempio per la costruzione di:

          • aeroporti, aviosuperfici, eliporti;
          • strade di tipo A (autostrade), B (strade extraurbane principali), C (strade extraurbane secondarie), D (strade urbane di scorrimento), E (strade urbane di quartiere) e F (strade locali);
          • discoteche;
          • circoli privati e pubblici esercizi ove sono installati macchinari o impianti rumorosi;
          • impianti sportivi e ricreativi;
          • ferrovie e altri sistemi di trasporto collettivo su rotaia.

          In base alla normativa vigente, quindi, per avviare una nuova attività produttiva, commerciale o ricreativa è necessario valutare prima l’impatto di emissioni sonore sul territorio. Ne consegue che la valutazione di impatto acustico sarà necessaria anche per ottenere:

          • il rilascio di concessioni edilizie relative a nuovi impianti ed infrastrutture adibiti ad attività produttive, sportive e ricreative e a postazioni di servizi commerciali polifunzionali, dei provvedimenti comunali che abilitano alla utilizzazione dei medesimi immobili ed infrastrutture;
          • il rilascio di licenza o autorizzazione all’esercizio di attività produttive.

          La valutazione di impatto acustico è un compito esclusivo del tecnico specializzato, il quale dovrà prima registrare la situazione acustica presente in loco, per poi confrontarla, grazie all’utilizzo di appositi software, con le stime di impatto acustico legate all’opera da realizzare.

          Qualora i valori di emissione superano i limiti consentiti dalla legge, nella valutazione dovranno essere individuate le misure per ridurre o eliminare tali emissioni (cosiddette misure di insonorizzazione) per ottenere il nulla-osta da parte del Comune alla realizzazione dell’opera.

          La valutazione di impatto acustico può essere effettuata anche per opere già realizzate, cioè quando la sorgente che genera rumore è già presente. In questo caso, bisogna misurare i livelli di rumorosità:

          • all’aperto: la misurazione viene fatta in prossimità dell’aree che potrebbero essere disturbate dal rumore. Quindi, occorre accertare il rispetto del valore limite di immissione previsto dalla zonizzazione acustica comunale;
          • in ambienti chiusi: per verificare il rispetto del valore limite di immissione, viene posizionato un microfono direttamente all’interno dell’edificio.

          Se dalla valutazione dovesse risultare un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente, la relazione finale del tecnico competente dovrà riportare anche le misure di intervento per mitigare il rumore.

          Infine, in base al D.P. R. n. 227/20211 sono esonerate dall’obbligo di presentare la documentazione di impatto acustico le attività classificate a bassa rumorosità, ad eccezione di ristoranti, pizzerie, trattorie, bar, mense, palestre, attività ricreative, agroturistiche e culturali, sale da gioco e stabilimenti balneari che utilizzino impianti di diffusione sonora. Tali attività, qualora non superino i limiti di emissione di rumore, possono anche depositare, in alternativa, una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà.

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            Squadre di Emergenza: Compiti e Responsabilità

            Squadre di Emergenza: Compiti e Responsabilità

            Tra gli obblighi del datore di lavoro c’è anche quello di designare le squadre emergenza, ovvero i lavoratori che devono occuparsi, in particolare, della lotta antincendio, del primo soccorso e delle pratiche di evacuazione.

            Gli addetti alla squadra di emergenza devono avere competenze personali (ad esempio, devono essere in grado di mantenere la calma e la concentrazione, guidare i colleghi nell’adozione dei comportamenti più idonei per gestire la situazione di pericolo, ecc.) e competenze tecniche (cioè devono sapere usare correttamente i vari dispositivi).
             

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            I componenti della squadra di emergenza non devono essere meno di due, a meno che si abbia un solo lavoratore. In ogni caso, il numero degli addetti varia in base alla tipologia di rischi presenti in azienda, ai turni di lavoro, ai soggetti presenti, alla tipologia di attività, ecc.

            Secondo la normativa vigente, i lavoratori:

            • una volta nominati, non possono rifiutare di partecipare alle squadre di emergenza, altrimenti rischiano pesanti sanzioni disciplinari e penali;
            • devono seguire corsi di formazione specifici che comprendano anche l’addestramento, in modo da imparare a gestire al meglio le situazioni di pericolo e limitare i danni alle persone coinvolte;
            • godono del diritto di resistenza, ossia di una sorta di “autotutela” che consente loro, in caso di situazioni di pericolo “grave, immediato ed inevitabile”, di allontanarsi dal posto di lavoro senza per ciò subire alcun pregiudizio.

            Gli Addetti alla Squadra di Emergenza

            I componenti della squadra di emergenza sono i lavoratori dell’azienda individuati e incaricati di prestare assistenza e collaborazione per fronteggiare le situazioni di pericolo, come ad esempio un incendio, e devono saper utilizzare le apparecchiature e le attrezzature specifiche.

            squadra emergenza

            In buona sostanza, gli addetti alle squadre di emergenza devono essere in grado di:

            • fronteggiare una situazione di pericolo;
            • mantenere la calma e la concentrazione nonostante il pericolo;
            • guidare i colleghi nell’adozione dei comportamenti idonei;
            • tenere a mente le istruzioni necessarie al loro compito;
            • saper utilizzare i mezzi tecnici, i dispositivi e gli strumenti necessari;
            • evitare di aggravare la situazione;
            • limitare i danni alle persone coinvolte.

            Nomina degli Addetti

            Spetta al datore di lavoro individuare e nominare i lavoratori da inserire nelle varie squadre di emergenza in base alla loro disponibilità e alle loro specifiche qualità. In base alle dimensioni dell’azienda, il datore di lavoro, previa consultazione con il RLS, può nominare anche un lavoratore che assuma il ruolo di coordinatore delle operazioni e delle misure di intervento.

            Quali sono le Squadre di Emergenza?

            Le principali squadre di emergenza sono:

            • la squadra antincendio che si occupa della prevenzione e della lotta antincendio;
            • la squadra di primo soccorso che interviene nei casi di infortuni improvvisi e imprevisti.

            Inoltre, possono essere istituite anche delle squadre di emergenza in base a specifiche attività, come ad esempio gli addetti all’evacuazione dei soggetti diversamente abili oppure coloro che intervengono in caso di terremoto, di salvataggio, ecc.

            I Compiti e le Responsabilità

            Per quanto riguarda la squadra antincendio, gli addetti hanno il compito di:

            • adottare le misure di prevenzione degli incendi: ad esempio, effettuare regolari controlli delle porte antincendio;
            • gestire le emergenze antincendio secondo la procedura e i metodi corretti;
            • intervenire in caso di incendio o principio di incendio tramite i mezzi più adeguati, quali estintori, idranti e naspi.

            Invece gli addetti alla squadra di primo soccorso hanno il compito di:

            • intervenire in caso di malore o infortunio improvvisi;
            • preservare la vita dell’infortunato in attesa dell’arrivo dell’ambulanza;
            • riconoscere i sintomi più comuni, distinguere le possibili cause e agire nel modo più sicuro e tempestivo possibile.

            Quanti Lavoratori compongono la Squadra di Emergenza?

            Il numero degli addetti alle squadre di emergenza deve essere calcolato in base a diversi fattori, come ad esempio le dimensioni dell’azienda, il totale dei dipendenti, ecc.

            In ogni caso, gli addetti devono essere in numero sufficiente per svolgere – contemporaneamente o in rapida successione – tutti i compiti richiesti da una situazione di emergenza. Ad esempio, coloro che compongono la squadra antincendio devono spegnere le fiamme e contestualmente mettere in salvo le persone.

            Formazione Obbligatoria degli Addetti alla Squadra

            Tutti i componenti della squadra di emergenza devono essere adeguatamente formati attraverso dei corsi suddivisi in più moduli (una parte generale e una parte speciale) correlati alla tipologia delle attività aziendali ed al livello di rischio. Al termine della formazione – erogata da docenti professionisti – il lavoratore consegue la relativa certificazione.

            In particolare:

            • i lavoratori addetti alla squadra antincendio devono seguire un corso di formazione antincendio della durata di 4 ore (per il rischio basso), 8 ore (per il rischio medio) e 16 ore (per il rischio alto). La normativa prevede anche un aggiornamento ogni tre anni della durata di 2 ore (per il rischio basso), 5 ore (per il rischio medio) e 8 ore (per il rischio alto);
            • i lavoratori addetti al primo soccorso devono ricevere una formazione primo soccorso in aula (di 12 o 16 ore) supportata da un docente medico con simulazioni effettuate con l’aiuto di operatori qualificati. Anche in tal caso, la normativa prevede un aggiornamento triennale della durata di 4 o 6 ore.

            Inoltre, i componenti della squadra di primo soccorso devono saper utilizzare il Defibrillatore Semiautomatico Esterno (DAE), un dispositivo medico in grado di defibrillare in maniera sicura le pareti muscolari del cuore.

            Secondo la legislazione vigente, per utilizzare il DAE occorre acquisire le competenze specifiche attraverso un corso di formazione teorico e pratico della durata di 5 ore in occasione del quale si apprendono le tecniche di rianimazione di un adulto con arresto respiratorio e/o cardiaco e le manovre da effettuare in caso di ostruzione delle vie respiratorie per la presenza di un corpo estraneo.

            Al termine del corso, il superamento del test finale consente di ottenere una certificazione IRC della validità di 2 anni.

            Il Diritto di Resistenza

            In base all’art. 44 del Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro «il lavoratore che in caso di pericolo grave, immediato e che non può essere evitato, si allontana dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, non può subire pregiudizio alcuno e deve essere protetto da qualsiasi conseguenza dannosa» e al secondo comma «si contempla la situazione del lavoratore che, in analoga situazione di pericolo e nell’impossibilità di contattare il competente superiore gerarchico, adotti misure per evitare le conseguenze di un tale pericolo, chiarendo come tale lavoratore non possa subire pregiudizio per tale azione, a meno che non abbia commesso una grave negligenza».

            La norma, in pratica, prevede una sorta di “autotutela” in caso di situazioni di pericolo “grave, immediato ed inevitabile”, individuando un diritto del lavoratore ad allontanarsi dal posto di lavoro senza subire alcun pregiudizio.

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              Classificazione ATEX: che cos’è e la normativa

              Classificazione ATEX: che cos'è e la normativa

              La Classificazione ATEX, è necessaria in quanto in alcune aziende sono presenti delle zone a rischio ATEX, ossia degli ambienti in cui una scintilla può infiammare una miscela di gas, di vapore o di polvere e produrre un’esplosione. La probabilità di un’atmosfera esplosiva per la presenza di gas dipende principalmente dal grado dell’emissione e dalla ventilazione.

              Pertanto, è necessario operare una classificazione delle aree ATEX, ossia individuare i luoghi a rischio esplosione in modo da capire quali impianti e apparecchiature usare per garantire la sicurezza dei lavoratori.
               

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              Allo scopo di prevenire le esplosioni in azienda, il datore di lavoro ha l’obbligo di adottare, sulla base della valutazione dei rischi, le misure tecniche e organizzative adeguate alla natura dell’attività svolta. Qualora non fosse possibile prevenire la formazione di atmosfere esplosive, allora il datore di lavoro ha il compito di:

              1. evitare l’accensione di atmosfere esplosive;
              2. attenuare gli effetti pregiudizievoli di un’esplosione.

              Cosa significa ATEX?

              La parola ATEX (ATmosphères EXplosibles) fa riferimento al rischio esplosione che potrebbe essere causato, a determinate condizioni atmosferiche, da una miscela di aria e altre sostanze infiammabili (come gas, vapori, polveri, ecc.).

              Quindi, il rischio di esplosione si verifica quando sono contemporaneamente presenti:

              • un comburente: tipo l’ossigeno dell’aria;
              • un combustibile: cioè gas o vapori (come solventi, vernici, benzina, alcol, coloranti, ecc.) oppure polveri (magnesio, alluminio, cereali, carbone, legno, latte, resine, zucchero, ecc.);
              • un punto d’infiammabilità o una sorgente di accensione.

              zona atex

              Si pensi, ad esempio, ai silos pieni di granaglie dove la concentrazione di polveri è molto elevata. In tal caso, l’atmosfera diventa pericolosa con la conseguenza che un aumento della temperatura oppure una semplice scintilla potrebbe generare un’esplosione.

              La normativa ATEX

              La normativa ATEX comprende principalmente la Direttiva ATEX 99/92/CE e la Direttiva ATEX 2014/34/UE che fissano i requisiti di sicurezza di prodotti e impianti utilizzati in atmosfere a rischio esplosione.

              Per la classificazione delle aree con rischio esplosione, invece, si deve fare riferimento alle seguenti norme tecniche:

              1. CEI EN 60079-10-1 (CEI 31-87) “Atmosfere esplosive – Parte 10-1: Classificazione dei luoghi. Atmosfere esplosive per la presenza di gas”;
              2. CEI EN 60079-10-2 (CEI 31-88) “Atmosfere esplosive – Parte 10-2: Classificazione dei luoghi. Atmosfere esplosive per la presenza di polveri combustibili”.

              In particolare, la norma ATEX EN 60079-10-1 distingue i seguenti gradi di emissione:

              • grado di emissione continuo: significa che l’emissione può essere continua oppure che avviene frequentemente o per lunghi periodi;
              • grado di emissione primo: cioè l’emissione che può avvenire periodicamente oppure occasionalmente durante il normale funzionamento;
              • grado di emissione secondo: emissione non prevista durante il normale funzionamento, ma se dovesse invece verificarsi è probabile che accada poco frequentemente o comunque per brevi periodi.

              La classificazione ATEX

              Il datore di lavoro deve classificare i luoghi di rischio dove si possono formare atmosfere esplosive (per la presenza di gas o polveri) e scegliere quali apparecchiature impiegare in quel determinato ambiente.

              In base alla normativa in vigore, le zone ATEX con rischio di esplosione sono così classificate:

              1. Atmosfera esplosiva causata dalla presenza di miscela di gas, vapori o nebbie infiammabili

              • zona 0: area in cui l’atmosfera esplosiva (miscela di aria e sostanza infiammabili sotto forma di gas, vapore o nebbia) è presente continuamente o per lunghi periodi;
              • zona 1: area in cui è probabile la formazione di atmosfera esplosiva durante le normali attività;
              • zona 2: area in cui non è probabile la formazione di atmosfera esplosiva durante le normali attività. Nell’ipotesi in cui dovesse verificarsi una simile possibilità sarebbe comunque di breve durata.

              Per la definizione di tali zone, sono utilizzati i seguenti criteri di riferimento sono:

              • quantità e posizione delle sorgenti di emissione dei gas;
              • grado di emissione (continuo, primo grado, secondo grado);
              • grado di ventilazione (alto, medio, basso);
              • disponibilità della ventilazione (buona, adeguata, scarsa).

              2. Atmosfera esplosiva causata da polveri combustibili

              • zona 20: se è presente, in continuazione, per lunghi periodi o frequentemente, un’atmosfera esplosiva sotto forma di nube di polvere combustibile nell’aria;
              • zona 21: area in cui la formazione di un’atmosfera esplosiva, sotto forma di nube di polvere combustibile nell’aria, è probabile avvenga occasionalmente durante lo svolgimento di normali attività;
              • zona 22: area in cui la formazione di un’atmosfera esplosiva, sotto forma di nube di polvere combustibile, non è probabile che si verifichi oppure avvenga solo per un periodo di breve durata.

              Il rischio da atmosfera esplosiva causata da polveri combustibili è tipico del settore metallurgico o della lavorazione del legno e dell’industria alimentare (si pensi, ad esempio, allo zucchero, ai cereali o al latte in polvere).

              Tutti gli impianti e gli apparecchi installati all’interno delle suddette zone ATEX devono essere sottoposti a controlli al fine da impedire l’innesco dell’atmosfera esplosiva.

              Come classificare una zona ATEX?

              Per classificare le zone ATEX e stabilire le apparecchiature idonee da utilizzare occorre rispettare le seguenti fasi:

              • studio delle sostanze trattate: in pratica bisogna verificare le caratteristiche chimico-fisiche delle sostanze, la temperatura e le pressioni massime, le modalità con le quali vengono utilizzate, ecc.;
              • studio ambientale: ossia la temperatura, la pressione, la ventilazione, ecc.;
              • individuazione delle sorgenti di emissione: significa studiare le modalità e la quantità con le quali le sostanze vengono emesse.

              Valutazione rischio esplosione

              Secondo quanto stabilito dal D.Lgs. 81/08, il datore di lavoro deve effettuare la valutazione dei rischi e, sulla base dei dati emersi, adottare le misure di prevenzione e protezione dal rischio esplosioni. Se non è possibile prevenire la formazione di atmosfere esplosive, il datore di lavoro deve egli dovrà:

              • evitare l’accensione di atmosfere esplosive;
              • attenuare gli effetti pregiudizievoli di un’esplosione sulla salute dei lavoratori.

              Inoltre, una volta effettuata la valutazione del rischio il datore di lavoro elaborare un documento sulla protezione contro le esplosioni (da aggiornare continuamente) in cui saranno riportate le seguenti informazioni:

              • individuazione dei rischi di esplosione;
              • adozione delle misure di prevenzione e protezione. In particolare, tra le tecniche di protezione si distingue il contenimento o la segregazione (ad esempio l’incapsulamento);
              • identificazione dei luoghi a rischio;
              • manutenzione di luoghi, attrezzature e dispositivi di allarme;
              • accorgimenti per l’impiego sicuro delle attrezzature di lavoro.

              L’importanza della marcatura

              Le apparecchiature progettate per l’utilizzo in zone con rischio di esplosione dispongono di una specifica marcatura apposta sul prodotto su cui sono riportate le indicazioni necessarie per l’utilizzo.

              Classificazione delle apparecchiature

              La normativa ATEX disciplina l’utilizzo di apparecchiature in un’atmosfera a rischio di esplosione operando la seguente suddivisione:

              • i prodotti da utilizzarsi in sotterraneo o nelle miniere (Gruppo I). In tal caso, un’eventuale esplosione potrebbe essere causata da gas grisù e da polveri combustibili;
              • le apparecchiature destinate all’utilizzo in superficie (Gruppo II).

              In base al livello di protezione e in funzione del grado di pericolosità dell’ambiente, possiamo distinguere:

              Apparecchiature Gruppo I suddivisi in 2 categorie:

              • categoria M1: apparecchi che garantiscono un livello di protezione molto elevato;
              • categoria M2: apparecchi che garantiscono un livello di protezione elevato e devono potere essere messi fuori tensione.

              Apparecchiature Gruppo II suddivisi in 3 categorie:

              • categoria 1: apparecchi che garantiscono un livello di protezione molto elevato destinati agli ambienti in cui l’atmosfera esplosiva è presente;
              • categoria 2: apparecchi che garantiscono un livello di protezione elevato destinati agli ambienti in cui è probabile che vi sia un’atmosfera esplosiva;
              • categoria 3: apparecchi che garantiscono un livello di protezione normale, destinati agli ambienti in cui vi sono scarse probabilità che si manifestino atmosfere esplosive.

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                Sicurezza Cantieri Stradali: le Procedure da Adottare

                Sicurezza Cantieri Stradali: le Procedure da Adottare

                Nell’ambito della Sicurezza Cantieri Stradali, la messa in opera e la gestione della segnaletica per l’allestimento di un cantiere stradale è molto importante per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori e di tutti coloro che transitano sul tratto di strada in cui si stanno svolgendo i lavori.
                 

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                La conoscenza dei rischi, la prevenzione, l’informazione e la formazione sono elementi fondamentali per evitare o perlomeno ridurre il numero di infortuni, come ad esempio l’investimento da macchine operatrici, ustioni, cadute, ecc. Quindi è importante che nei cantieri stradali la segnaletica sia sempre appropriata e posizionata correttamente.

                Cos’è un Cantiere Stradale?

                Quando si parla di “cantiere stradale” s’intende la presenza sulla strada di una qualsiasi anomalia e di ogni tipo di ostacolo per l’esecuzione di lavori del manto stradale, manutenzione o rifacimento della segnaletica, scavi, lavori di pulizia, ecc.

                Se il cantiere stradale è organizzato ed è di grandi dimensioni è necessario redigere un Piano di Sicurezza e di Coordinamento (PSC) e nominare un tecnico competente per la gestione della sicurezza in cantiere.

                Se, invece, il cantiere è “medio-piccolo”, allora è sufficiente predisporre un Piano Operativo di Sicurezza (POS) a cura dell’impresa esecutrice.

                sicurezza cantieri stradali

                Tipologie di Cantieri stradali

                I cantieri stradali possono avere una durata:

                • fino a 2 giorni: in tal caso sono utilizzati segnali mobili come, ad esempio, i coni di delimitazione del cantiere;
                • compresa tra 2 e 7 giorni: prevedono l’utilizzo di segnali parzialmente fissi;
                • maggiore di 7 giorni: in quest’altra ipotesi devono essere utilizzati segnali fissi e segnaletica orizzontale di colore giallo.

                Inoltre, i cantieri stradali possono essere:

                • fissi: nel senso che non vengono spostati durante almeno una mezza giornata e prevedono l’utilizzo di segnaletica di avvicinamento (segnale di “lavori” o “altri pericoli”, ecc.), di posizione (delineatori flessibili, paletti di delimitazione, ecc.) e di fine prescrizione;
                • mobili: vuol dire che si spostano in base all’avanzamento dei lavori. Il cantiere mobile è solitamente presente su strade con almeno due corsie per senso di marcia e deve essere dotato di segnaletica (di preavviso e protezione) visibile da almeno 300 metri che può essere posta su un veicolo di lavoro o su un carello trainato.

                Segnaletica nel Cantiere Stradale

                Per salvaguardare la sicurezza di tutti gli automobilisti e di tutti i lavoratori che operano sulla strada o nelle immediate vicinanze è di fondamentale importanza l’uso della segnaletica, il cui scopo è quello di informare gli utenti della prossimità dei lavori e di guidarli a tenere un comportamento adeguato alla situazione.

                In sintesi, nei cantieri stradali i segnali devono essere:

                • percepibili e leggibili da tutti gli utenti sia di notte che di giorno;
                • uniformi e stabili;
                • chiari e comprensibili dagli utenti della strada al fine di escludere rallentamenti e/o direzioni sbagliate;
                • adattati alle diverse situazioni: cioè in base alla strada, al traffico, alle condizioni meteorologiche, ecc.;

                Prima di posizionare la segnaletica temporanea è necessario oscurare tutti i cartelli stradali fissi in contrasto con quelli presenti sul tratto di strada interessato dai lavori. Una volta terminati gli interventi, la segnaletica stradale (verticale e orizzontale) deve essere correttamente ripristinata, quindi nuovamente visibile.

                Durante lo svolgimento dei lavori, invece, la segnaletica stradale temporanea deve essere sempre presente, anche durante le pause lavorative.

                Caratteristiche della Segnaletica

                Nei cantieri stradali, la segnaletica temporanea presenta le seguenti caratteristiche:

                • colore: i cartelli verticali di pericolo e di indicazione per la segnaletica temporanea hanno il fondo giallo. Rientrano in questa categoria il cartello dei lavori, del doppio senso di circolazione, dei mezzi di lavoro in azione, ecc.;
                • dimensione: la segnaletica orizzontale e verticale temporanea deve avere le stesse dimensioni della segnaletica permanente;
                • rifrangenza: vuol dire che la segnaletica deve essere percepibile e leggibile di giorno e di notte;
                • supporti di sostegno: per la segnaletica devono essere utilizzati supporti, sostegni e basi mobili di tipo trasportabile e ripiegabile che assicurano la stabilità del segnale in qualsiasi condizione atmosferica.

                Tipologie di Segnaletica

                Di seguito le principali tipologie di segnaletica utilizzata per cantieri stradali:

                • delimitazione del cantiere: come barriere e paletti, coni, ecc.;
                • segnalamento del cantiere: i cantieri edili, gli scavi, i mezzi, devono essere segnalati con luci rosse fisse, dispositivi rifrangenti e segnali di prescrizione e indicazione;
                • segnali luminosi: in caso di scarsa visibilità è necessario utilizzare degli apparati luminosi come i dispositivi a luce rossa fissa o a luce gialla lampeggiante, le lanterne semaforiche;
                • segnali orizzontali: obbligatori se il cantiere ha una durata superiore a 7 giorni. Tipici segnali orizzontali sono le strisce longitudinali continue e discontinue per indicare la separazione dei sensi di marcia e le corsie oppure le strisce trasversali per indicare, ad esempio, il punto di arresto nei sensi unici alternati, le frecce direzionali, ecc.);
                • sicurezza dei pedoni: per tutelare le persone che possono transitare sulla strada è necessario delimitare il cantiere e i mezzi con recinzioni, barriere e parapetti e creare un corridoio di transito pedonale in assenza di marciapiede;
                • segnalamento dei veicoli: in pratica devono essere ben visibili i veicoli operativi, i macchinari e ai mezzi fermi o in movimento esposti al traffico;
                • senso unico alternato: nel caso in cui il cantiere comporti un restringimento di una carreggiata a doppio senso di marcia;
                • limitazione di velocità: la segnalazione che riguarda la velocità non è sempre necessaria visto che già il segnale “lavori” oppure “altri pericoli” impone agli utenti della strada di avere un comportamento prudente. Tuttavia, il segnale di riduzione della velocità deve essere uniforme e coerente.

                Sicurezza nei Cantieri Stradali: la Formazione Obbligatoria

                Gli addetti all’installazione e rimozione della segnaletica stradale devono seguire un percorso di formazione di durata diversa per operatori e preposti segnaletica stradale. In particolare, la legge prevede:

                • un corso per operatori: suddiviso in 3 moduli della durata complessiva di 8 ore;
                • un corso per preposti: suddiviso in 3 moduli della durata complessiva di 12 ore.

                Entrambi i percorsi formativi prevedono una parte teorica e una parte pratica (cioè un addestramento durante il quale il corsista deve utilizzare la segnaletica verticale e orizzontale), oltre ad una verifica finale.

                Il Documento Valutazione Rischi per i Cantieri stradali

                Il datore di lavoro deve effettuare una valutazione dei rischi del cantiere stradale tenendo conto dei seguenti aspetti:

                • lavoratori impegnati nel cantiere;
                • persone e dei veicoli che transitano nei pressi del tratto stradale;
                • tipologia di strada;
                • possibili interazioni: con mezzi pubblici e/o privati, pedoni, esercizi commerciali, ecc.;
                • interferenze con la viabilità esistente e con l’ambiente attraversato.

                I principali rischi da valutare in presenza di un cantiere stradale sono:

                • investimento dei lavoratori che prestano l’attività lavorativa nel cantiere o nelle immediate vicinanze;
                • investimento di persone estranee al cantiere (ad esempio i residenti, i passanti, clienti di esercizi commerciali ecc.);
                • la collisione con i veicoli in transito;
                • caduta all’interno dello scavo presente nel cantiere;
                • caduta di materiale dall’alto durante particolari fasi lavorative;

                Sulla base della valutazione dei rischi (contenuta nel piano operativo per la sicurezza) il datore di lavoro deve predisporre adeguate misure di prevenzione e di protezione.

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                  Sicurezza in Condominio, secondo il D.Lgs. 81/2008

                  Sicurezza in Condominio, secondo il D.Lgs. 81/2008

                  La Sicurezza in Condominio è un fattore che non può e non deve essere sottovalutato; infatti, all’interno di un complesso condominiale lavorano giardinieri, portinai, addetti alla pulizia e coloro che si occupano della manutenzione ordinaria e straordinaria dello stabile. L’insieme di tutte queste figure professionali trasforma il condominio in un vero e proprio luogo di lavoro in cui è necessario garantire la sicurezza sia dei residenti sia dei lavoratori.
                   

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                  Se nel condominio è presente la figura dell’amministratore condominiale, questi assumerà il ruolo di datore di lavoro e sarà tenuto ad osservare le norme in materia di sicurezza ed a redigere il documento di valutazione dei rischi (DVR) nel rispetto di quanto stabilito da D.lgs. 81/2008, oltre a cooperare con gli altri soggetti coinvolti, richiedere il piano operativo di sicurezza (POS) e nominare il coordinatore per la sicurezza (nel caso di più imprese coinvolte nei lavori).

                  In caso di assenza dei controlli previsti per legge ed eventuali omissioni, la responsabilità ricadrà sull’amministratore.

                  Se invece nel condominio non c’è la figura dell’amministratore è necessario designare un soggetto (un singolo condomino oppure una persona esterna) che ricopra il ruolo di datore di lavoro.

                  Cos’è un condominio?

                  Si parla di condominio quando un edificio è composto da più unità immobiliari di proprietà esclusiva di due o più persone e da parti comuni ad esse connesse.

                  Possiamo distinguere:

                  • il condominio minimo: cioè composto da due soli proprietari/condomini;
                  • il condominio verticale e orizzontale: nel primo caso si ha il classico edificio a più piani, nel secondo caso, invece, si fa riferimento alle villette mono o bifamiliari con più servizi in comune (ad esempio, strade interne, illuminazione, ecc.);
                  • il super condominio: composto da più edifici condominiali legati tra loro da beni e/o servizi comuni.

                  sicurezza condominio manutentore

                  Quali sono le parti comuni?

                  Secondo quanto stabilito dall’art. 1117 del Codice civile sono oggetto di proprietà comune dei proprietari delle singole unità immobiliari dell’edificio:

                  1. «tutte le parti dell’edificio necessarie all’uso comune, come il suolo su cui sorge l’edificio, le fondazioni, i muri maestri, i pilastri e le travi portanti, i tetti e i lastrici solari, le scale, i portoni di ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portici, i cortili e le facciate;
                  2. le aree destinate a parcheggio nonché i locali per i servizi in comune, come la portineria, incluso l’alloggio del portiere, la lavanderia, gli stenditoi e i sottotetti destinati, per le caratteristiche strutturali e funzionali, all’uso comune;
                  3. le opere, le installazioni, i manufatti di qualunque genere destinati all’uso comune, come gli ascensori, i pozzi, le cisterne, gli impianti idrici e fognari, i sistemi centralizzati di distribuzione e di trasmissione per il gas, per l’energia elettrica, per il riscaldamento ed il condizionamento dell’aria, per la ricezione radiotelevisiva e per l’accesso a qualunque altro genere di flusso informativo, anche da satellite o via cavo, e i relativi collegamenti fino al punto di diramazione ai locali di proprietà individuale dei singoli condomini, ovvero, in caso di impianti unitari, fino al punto di utenza, salvo quanto disposto dalle normative di settore in materia di reti pubbliche».

                  Scopi della Sicurezza in Condominio

                  La sicurezza in condominio ha lo scopo di tutelare coloro che operano all’interno degli stabili. Come già detto, se nell’edificio lavorano il giardiniere, il portiere, il personale addetto alle pulizie, ecc., l’amministratore di condominio assumerà il ruolo di datore di lavoro. In tal caso, nel rispetto delle previsioni di cui agli artt. 17, 28, 29 del D.lgs. 81/2008, è fondamentale:

                  • curare la formazione del personale dipendente;
                  • individuare le misure per la sicurezza delle parti comuni dello stabile;
                  • individuare e segnalare gli interventi che devono essere eseguiti per eliminare, ridurre o controllare rischi e pericoli presenti per i lavoratori e nelle parti comuni dell’edificio;
                  • valutare il rischio di esposizione a fibre di amianto e a fibre di vetro;
                  • valutare eventuali adeguamenti degli impianti tecnici condominiali
                  • prevenire gli incendi per specifiche attività.

                  Sicurezza nel Condominio e Obblighi dell’Amministratore

                  L’amministratore condominiale è una figura importante in quanto deve garantire la sicurezza di tutte le persone che hanno accesso alle parti comuni dello stabile. Per tale ragione, se il condominio è gestito da un amministratore, allora quest’ultimo ha l’obbligo di:

                  • effettuare adeguati controlli, come ad esempio la conformità degli impianti elettrici e a gas delle parti comuni, la manutenzione della canna fumaria condominiale, ecc.;
                  • osservare le misure di sicurezza antincendio e richiedere il rilascio del certificato di prevenzione incendi (CPI) quando previsto dal DPR 151/11 ad esempio in caso di Edifici civili aventi altezza antincendi maggiore di 24 metri.
                  • segnalare l’eventuale urgenza dei lavori da compiere. Nel caso in cui, una volta evidenziata la necessità di intervento, l’assemblea decidesse di non procedere, l’amministratore non potrà essere ritenuto responsabile per eventuali infortuni;
                  • se nel condominio lavorano figure professionali esterne come l’impresa di pulizia, il giardiniere, il tecnico per la manutenzione, il portiere, il vigilante, ecc. l’amministratore di condominio, in qualità di datore di lavoro, deve effettuare la valutazione dei rischi a cui sono esposti i lavoratori, redigere il documento valutazione rischi (DVR), nominare un Responsabile del Servizio Prevenzione e protezione (RSPP) e un medico competente, oltre a redigere il documento valutazione rischi (DVR).

                  Invece, se ci si affida a un lavoratore autonomo oppure ad un’impresa appaltatrice, l’amministratore deve:

                  • cooperare con gli altri soggetti coinvolti per coordinare le attività e gli interventi di protezione e prevenzione dei rischi;
                  • verificare l’idoneità tecnico-professionale del fornitore scelto;
                  • richiedere il piano operativo di sicurezza (POS);
                  • nominare il coordinatore per la sicurezza (CSP/CSE), nel caso di più imprese coinvolte;
                  • verificare che vengano rispettate tutte le norme di sicurezza.

                  In ogni caso, l’amministratore sarà ritenuto responsabile per l’assenza dei controlli previsti per legge ed eventuali omissioni.

                  Cosa fare se manca l’Amministratore Condominiale

                  Se invece nel condominio non c’è la figura dell’amministratore (perché il numero dei condomini è pari o inferiore a otto), occorrerà nominare un soggetto (un singolo condomino oppure una persona esterna) che ricopra il ruolo di datore di lavoro, il quale, nel rispetto del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, avrà il compito di:

                  • coordinare le attività di imprese e lavoratori che prestano servizio nei confronti del condominio;
                  • organizzare i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria delle parti comuni.

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                    Registro degli Esposti: che cos’è e quando serve

                    Registro degli Esposti: che cos'è e quando serve

                    Il Registro degli Esposti è necessario nel caso in cui nell’azienda siano presenti dei lavoratori esposti al rischio derivante da agenti cancerogeni, mutageni, ecc. Infatti, in questo caso è necessario iscrivere i loro nominativi in questo apposito registro da trasmettere all’INAIL con tutte le informazioni (valori di esposizione, attività svolta, ecc.)

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                    Tale adempimento è previsto da specifiche norme di legge, sia a livello nazionale che europeo, ed è finalizzato a tutelare i lavoratori, in quanto l’esposizione prolungata può provocare seri danni alla salute. L’INAIL, infatti, svolge le seguenti funzioni:

                    • sorveglianza epidemiologica dei tumori occupazionali: attraverso un sistema di monitoraggio dei rischi da esposizione e delle patologie neoplastiche correlate;
                    • raccolta dei dati trasmessi dai datori di lavoro e gestione dei flussi informativi per lo svolgimento delle attività di ricerca epidemiologica.
                    Il tema dell’esposizione ad agenti cancerogeni e mutageni in ambito professionale e delle conseguenze sulla salute dei lavoratori è molto complesso per le seguenti ragioni:

                    • il periodo di tempo tra l’esposizione e l’insorgenza dei sintomi è molto lungo;
                    • non è semplice isolare il rischio professionale;
                    • è difficile fare anamnesi mediche accurate.

                    Quindi, ogni lavoratore esposto al rischio deve essere denunciato alle autorità competenti, cioè all’INAIL e all’ASL, in modo da tracciare l’esposizione anche quando si passa da un’azienda all’altra.

                    rimozione amianto

                    A partire dal 2017 è disponibile il servizio telematico del registro delle esposizioni, quindi i dati relativi ai lavoratori devono essere inviati solamente online attraverso la procedura dedicata sul portare dell’Istituto utilizzando apposti modelli.

                    Il registro degli esposti deve essere aggiornato ogni tre anni dall’ultima valutazione e ogni qualvolta si verifichino delle modifiche sostanziali nel processo produttivo.

                    Naturalmente, prima di compilare il registro, il datore di lavoro deve effettuare un’accurata valutazione del rischio per accertare, in particolare, il grado di esposizione, gli agenti cancerogeni e le possibili misure di prevenzione e protezione da adottare per la salute dei lavoratori.

                    Cos’è il registro degli esposti?

                    Il registro degli esposti è un documento il cui scopo è quello di tracciare le esposizioni subite dal lavoratore nel luogo di lavoro, anche nel passaggio tra aziende diverse. Nel registro devono essere riportati i seguenti dati:

                    • l’attività svolta dai lavoratori;
                    • i lavoratori esposti;
                    • i dati relativi agli agenti cancerogeni o mutageni utilizzati;
                    • il valore dell’esposizione a tali agenti in termini di intensità, frequenza e durata.

                    Sia il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP) sia il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) hanno accesso al registro.

                    La registrazione dell’esposizione ad agenti cancerogeni è un importante strumento di prevenzione e non un semplice adempimento formale. A tal riguardo è importante anche il ruolo svolto dalle ASL, sia in termini di informazione e assistenza che di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi di legge e sulla corretta applicazione delle misure di prevenzione.

                    Inoltre, va menzionato il Decreto del Ministero della Salute n. 155/2007 che prevede l’istituzione del Registro di Esposizione ad Agenti Cancerogeni e Mutageni, inclusi i modelli e le modalità di tenuta e di trasmissione dei dati.

                    A livello europeo, invece, possiamo citare la Direttiva 2017/2398 (attuata in Italia con il Decreto legislativo 1° giugno 2020, n. 44) e la Direttiva (UE) 2019/130 che introducono nuovi limiti di esposizione per quanto riguarda determinate sostanze.

                    Perché è importante?

                    Come già detto, la tenuta del registro degli esposti è fondamentale per salvaguardare la salute dei lavoratori. Solo in questo modo è possibile acquisite una maggiore consapevolezza verso i rischi correlati alle attività svolte e capire le misure di prevenzione da adottare.

                    Inoltre, la corretta gestione del registro degli esposti consente alle ASL territorialmente competenti di pianificare l’attività di vigilanza, la formazione e l’aggiornamento delle varie figure professionali.

                    Infine, la raccolta dei dati dei lavoratori serve, da un lato, a fare una stima della pericolosità delle esposizioni ad agenti cancerogeni e mutageni e, dall’altro lato, a capire quali misure preventive adottare.

                    Tuttavia, l’iscrizione di un lavoratore nel registro degli esposti dovrebbe intendersi temporanea in quanto l’unico obiettivo da perseguire è quello di eliminare o quanto meno ridurre al minimo il rischio di esposizione per tutelare la salute dei lavoratori.

                    Gli obblighi del datore di lavoro

                    Secondo la normativa attualmente in vigore, il datore di lavoro deve:

                    • compilare Il registro degli esposti con la collaborazione del medico competente. È possibile delegare altre figure alla redazione del registro, ma la responsabilità rimane sempre del datore di lavoro;
                    • trasmettere all’INAIL e all’organo di vigilanza territorialmente competente una copia dei registri di esposizione (e delle variazioni eventualmente intervenute) ogni tre anni e tutte le volte che l’Istituto ne faccia richiesta;
                    • comunicare all’INAIL la cessazione del rapporto di lavoro: in tal caso, occorre inviare le annotazioni individuali e la cartella sanitaria dandone una copia anche al lavoratore;
                    • consegnare all’INAIL il registro e le cartelle sanitarie dei lavoratori in caso di cessazione dell’attività dell’impresa (entro il termine di 30 giorni);
                    • richiedere le annotazioni in caso di assunzione dei lavoratori già esposti al rischio di agenti cancerogeni in altre aziende;
                    • mantenere il segreto professionale e la riservatezza dei dati contenuti nei registri di esposizione e nelle cartelle sanitarie.

                    Modelli da utilizzare per il Registro degli esposti

                    I modelli di tenuta del registro sono stati definiti dal D.M. n. 155/2007 e sono i seguenti:

                    • Modello C626/1: deve riportare le informazioni generali come i dati anagrafici del datore di lavoro, la sintesi delle principali caratteristiche dell’azienda (attività produttiva, agente utilizzato, addetti, ecc.);
                    • Modello C626/2: deve riportare sostanzialmente i dati relativi ai lavoratori esposti al rischio, quindi tutte le informazioni riguardanti i dati anagrafici, l’attività svolta, l’agente utilizzato, l’intensità, la frequenza e la durata dell’esposizione. È prevista una pagina per ogni singolo lavoratore;
                    • Modello C626/3: utilizzato per comunicare tutte le variazioni intervenute nelle informazioni che caratterizzano l’azienda (ad esempio, modifica della Ragione Sociale, dell’attività produttiva, della sede territoriale, ecc.);
                    • Modello C626/4: (qualora il lavoratore non ne sia in possesso): da utilizzare per richiedere una copia delle “annotazioni individuali” in caso di assunzione di lavoratori che in precedenza sono stati esposti ad agenti cancerogeni presso altra azienda.

                    Modalità di trasmissione del Registro

                    A partire dal 2017, la trasmissione dei dati contenuti nei registri di esposizione deve avvenire esclusivamente in modalità telematica, attraverso un servizio informatizzato SINP (il Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione) accessibile inserendo le proprie credenziali tramite il sito online del portale istituzionale www.inail.it.
                    Con l’introduzione del “Registro online” le informazioni contenute sono immediatamente disponibili oltre che all’INAIL anche ai Servizi di prevenzione delle Asl territoriali.

                    Tempo di conservazione dei dati

                    I documenti sanitari contenenti i dati dei lavoratori devono essere conservati per un periodo di quarant’anni dalla cessazione dell’esposizione.

                    L’importanza della valutazione del rischio

                    Secondo la normativa attuale, il datore di lavoro ha il compito di effettuare una valutazione dell’esposizione agli agenti cancerogeni o mutageni e, in base ai risultati ottenuti, predisporre le misure di prevenzione e protezione da adottare anche in base alle diverse situazioni lavorative.

                    Pertanto, il Documento Valutazioni Rischi (DVR) deve riportare:

                    • le attività lavorative che comportano la presenza di sostanze cancerogene e l’indicazione dei motivi per i quali sono utilizzate;
                    • i quantitativi di sostanze cancerogene o mutagene prodotte o utilizzate;
                    • il numero dei lavoratori esposti agli agenti cancerogeni;
                    • il grado di esposizione agli agenti cancerogeni e /o mutageni;
                    • le misure preventive e protettive e il tipo di dispositivi di protezione individuali utilizzati (DPI)
                    • l’indagine svolta per accertare la possibilità di sostituire gli agenti cancerogeni.

                    Qualora la valutazione abbia evidenziato un rischio per la salute, in quanto il valore di esposizione supera quello previsto per la popolazione generale, i lavoratori esposti devono sottoporsi a sorveglianza sanitaria. Quindi il datore di lavoro, su parere del medico competente, deve adottare tutte le misure necessarie per i singoli lavoratori (compreso l’allontanamento dal luogo di lavoro) sulla base degli esami clinici e biologici effettuati e provvedere all’iscrizione dei nominativi nel registro degli esposti.

                    Quando deve essere aggiornato il Registro degli esposti?

                    Come già spiegato, la compilazione del registro spetta al datore di lavoro i cui dipendenti siano esposti ad agenti cancerogeni, chimici o mutageni che possono causare un rischio per la salute.

                    La trasmissione dei dati all’INAIL deve avvenire esclusivamente online attraverso il portale dedicato.

                    Il registro degli esposti deve essere aggiornato ogni tre anni dall’ultima valutazione e ogni qualvolta si verifichino delle modifiche sostanziali nel processo produttivo (da comunicare all’INAIL e all’organo di vigilanza competente per territorio).

                    Procedura per le modifiche al Registro

                    Eventuali modifiche del ciclo produttivo o le variazioni dell’esposizione devono essere annotate nel registro e comunicate all’INAIL (solo le pagine contenenti le modifiche intervenute).

                    Ogni correzione o rettifica delle informazioni deve mantenere traccia delle informazioni pregresse e qualora fosse necessario stampare un nuovo foglio per le informazioni individuali (modello C 626/2), tale foglio deve essere allegato alla fine del registro.

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                      Impatto Acustico: che cos’è e come si misura

                      Impatto Acustico: che cos'è e come si misura

                      L’Impatto Acustico è una conseguenza dell’inquinamento acustico, ovvero dall’introduzione di rumore nell’ambiente. Detto rumore può generare fastidio, disturbo o comunque un pericolo per la salute dell’uomo.

                      Pertanto, prima di costruire un’opera oppure ampliarne una giù esistente è obbligatorio accertare, da un lato, la quantità e l’intensità di rumore in una specifica zona e, dall’altro lato, l’impatto sonoro della nuova costruzione rispetto alla situazione di partenza. Entrambe le valutazioni richiedono specifiche misurazioni che possono essere effettuate solamente da tecnici specializzati nel settore dell’acustica ambientale.
                       

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                      Nel caso di opere già esistenti, la valutazione di impatto acustico si basa su test specifici che suggeriscono gli interventi di bonifica da effettuare per essere in regola con le normative urbanistiche. La relazione deve riportare in particolare i risultati dei test e le possibili misure da impiegare per mitigare la produzione di rumore come l’inserimento di pannelli fonoasserbenti e fonoisolanti, la creazione di cabine insonorizzate e ogni altro intervento indispensabile per isolare l’impatto acustico, la cui incidenza, ovviamente, varia a seconda che si tratti di edifici abitativi o aziende.

                      La normativa sull’Inquinamento Acustico

                      La normativa di riferimento in materia di inquinamento acustico è rappresentata dalla Legge n. 447 del 26 ottobre 1995, (composta da 17 articoli) che definisce il fenomeno in questione come:
                      “introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno, tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi”.

                      impatto acustico

                      Nel 2017, inoltre, sono entrati in vigore due decreti con lo scopo di:

                      • unificare la politica nazionale con quella della Comunità Europea;
                      • prevedere la formazione di tecnici competenti in acustica;
                      • armonizzazione la normativa relativa alla gestione del rumore ambientale;
                      • proteggere da eventuali sanzioni gli italiani che utilizzano macchinari rumorosi, importati da un paese extra dell’Unione Europea e perciò sprovvisti del marchio CE.

                      Cos’è l’Impatto Acustico?

                      L’impatto acustico è un tipo di inquinamento causato dalla presenza di suoni e rumori ad alta intensità, tanto da recare disturbo e un pericolo sia per la salute sia per l’ambiente circostante.

                      Le fonti che generano un impatto acustico possono essere diverse: mezzi di trasporto, cantieri, industrie, aeroporti, strade e autostrade, elettrodomestici accesi, televisori ad un volume troppo alto, ecc.
                      Si tratta quindi di un tipo di inquinamento da tenere sotto controllo per limitare oppure evitare eventuali danni.

                      Secondo la normativa attualmente in vigore, la creazione di un insediamento produttivo oppure di una infrastruttura richiedono una valutazione specifica onde verificare il tipo di emissioni sonore provocate dall’attività in questione. Se infatti si superano i limiti previsti dalla legge, allora devono essere adottate tutte le precauzioni necessarie.

                      A tal proposito, è utile effettuare delle misurazioni tramite i cosiddetti fonometri, in grado di rilevare la quantità di pressione acustica.

                      Valutazione Impatto Acustico: che cos’è?

                      La valutazione impatto acustico identifica l’impatto sonoro generato da un’opera edilizia rispetto alla situazione di partenza. Tale valutazione può essere:

                      • previsionale, cioè fatta prima di procedere con la costruzione di un’infrastruttura analizzando due periodi (diurno e notturno) e tenendo anche conto della presenza di eventuali interventi di mitigazione della rumorosità;
                      • effettuata direttamente su un’opera già esistente, ossia quando la sorgente che genera rumore è già presente.

                      Quando è necessaria la Valutazione Impatto Acustico?

                      Generalmente la valutazione di impatto acustico è richiesta prima di procedere con la costruzione delle seguenti opere:

                      • aeroporti, aviosuperfici, eliporti;
                      • strade di tipo A (autostrade), B (strade extraurbane principali), C (strade extraurbane secondarie), D (strade urbane di scorrimento), E (strade urbane di quartiere) e F (strade locali);
                      • discoteche;
                      • circoli privati e pubblici esercizi ove sono installati macchinari o impianti rumorosi;
                      • impianti sportivi e ricreativi;
                      • ferrovie e altri sistemi di trasporto collettivo su rotaia.

                      La valutazione, invece, non sarà necessaria per tutte quelle attività produttive, commerciali e professionali per le quali il rischio di inquinamento acustico è pressoché nullo, come ad esempio gli uffici professionali, gli studi medici, gli ospedali, i negozi di informatica, i centri estetici, le macellerie, gli orefici, ecc.

                      Redazione della Valutazione impatto acustico

                      La documentazione di valutazione dell’impatto acustico deve essere redatta da un tecnico specializzato in acustica ed abilitato ad effettuare tale tipo di analisi.

                      Per eseguire la valutazione di impatto acustico all’esterno, il tecnico dovrà fare le misurazioni in prossimità di coloro che potrebbero potenzialmente essere disturbati dal rumore, accertando il rispetto del valore previsto dalla normativa. Invece, la misurazione del rumore in ambiente interno viene eseguita con un microfono posizionato a 1,5 metri dal pavimento e ad almeno un metro dalle superfici riflettenti e con le finestre aperte.

                      La documentazione deve contenere le caratteristiche generali delle sorgenti sonore e la descrizione dei luoghi, in particolare:

                      • la descrizione delle condizioni meteorologiche;
                      • la tipologia d’attività (settore chimico, tessile, ecc.);
                      • l’area sulla quale insiste l’impianto e le aree limitrofe;
                      • una o più planimetrie in scala dei luoghi interessati dal rumore emesso dall’impianto;
                      • la descrizione dei cicli tecnologici e delle apparecchiature con riferimento alle sorgenti di rumore presenti;
                      • luogo, ora e data del rilevamento.

                      Inoltre, se dalla valutazione dovesse risultare un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente, la documentazione dovrà riportare anche le misure di intervento per mitigare il rumore e gli interventi di bonifica acustica. Quindi sarà opportuno fornire anche le seguenti informazioni:

                      1. le motivazioni tecniche che hanno portato all’individuazione degli interventi;
                      2. la descrizione tecnica dei singoli interventi di bonifica;
                      3. l’indicazione del termine temporale entro il quale devono essere adottati i singoli interventi di risanamento acustico.

                      A chi presentare la Valutazione di impatto acustico?

                      La valutazione di impatto acustico deve essere presentata agli enti preposti alle autorizzazioni urbanistiche (normalmente si tratta del Comune in cui è situata la struttura), unitamente al progetto che si intende effettuare oppure alla documentazione per ottenere le licenze per una determinata attività produttiva.

                      Differenze tra la Valutazione Previsionale Impatto acustico e il Clima Acustico

                      La Valutazione Previsionale di Clima Acustico e la Valutazione Previsionale di Impatto Acustico sono due documenti molto diversi, ma spesso vengono confusi.

                      La Valutazione Previsionale Clima Acustico serve ad accertare la quantità e l’intensità di rumore in una specifica zona prima della realizzazione di determinate opere edilizie. Tale valutazione è obbligatoria per la realizzazione delle seguenti opere:

                      • scuole;
                      • asili nido;
                      • ospedali, case di cura e di riposo;
                      • parchi pubblici urbani ed extraurbani;
                      • abitazioni posti nelle vicinanze di opere particolarmente rumorose.

                      La Valutazione Previsionale di Impatto Acustico serve, invece, a identificare l’impatto sonoro che potrà avere la nuova costruzione rispetto alla situazione iniziale.

                      Entrambe le valutazioni devono essere effettuate da un tecnico competente in acustica ambientale grazie alle misure fonometriche che permettono di registrare le condizioni sonore esistenti e capire i livelli di rumore (abituali e massimi) ammissibili in relazione all’attività che dovrà realizzarsi in quell’area.

                      Sulla base dei risultati, si potrà approvare o meno la costruzione della struttura, altrimenti occorrerà interrompere il progetto in corso.

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