Sicurezza sul Lavoro

La Salute e la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro

 
Il diritto al lavoro è un diritto di tutti gli italiani, sancito anche dalla Costituzione Italiana; la sicurezza sul lavoro è il diritto ad avere un lavoro sicuro che esponga il lavoratore al minimo rischio possibile per la salute e la sicurezza.
 

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Le prime leggi sulla sicurezza dei luoghi di lavoro furono introdotte in Italia nel 1942 nel codice civile, ma sarà negli anni ’50 che si svilupperanno nuove linee di pensiero e attraverso l'evoluzione del movimento sindacale si comincerà a porre l'attenzione sui diritti del lavoratore, primo tra tutti la salvaguardia della salute. In questo decennio vedranno la luce i DPR 547/55 e DPR 303/56: saranno le colonne portanti della concezione di sicurezza sul lavoro che, prioritariamente, tenderà ad assegnare al fattore umano la responsabilità della sua attuazione.
 
Sarà un lungo periodo che durerà fino al 1994, quando verrà emanato il D. Lgs. 626/94. Questo decreto stravolgerà la concezione di salute e sicurezza sul lavoro, portando la gestione delle stesse ad un livello “dinamico”, in cui tutti i soggetti presenti in azienda (datore di lavoro, dirigenti, lavoratori, ecc.) sono coinvolti a vario titolo nel garantire adeguati livelli di sicurezza. Si introduce un concetto prioritario: rimuovere completamente i pericoli, intendendo “possibile” come “fattibile tecnicamente”. La giurisprudenza ha puntualizzato, nel corso del tempo, che il “minimo” indicato dalla norma è un “limite tendente a zero”.
 

 
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008 (Suppl. Ordinario n.108) vede la luce il D. Lgs. 81/08, l’attuale punto di riferimento per quanto concerne la salute e la sicurezza sul lavoro.

La salute, secondo quanto asserito dall’OMS (fin dal lontano 1946) è “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”, inoltre, viene considerata un diritto di ogni persona.
Universalmente, la salute lavorativa viene concepita come il raggiungimento di obiettivi congiunti: il miglioramento dell’ambiente di lavoro e del lavoro stesso, il mantenimento e la promozione della salute e della capacità operativa dei lavoratori, lo sviluppo di organizzazioni lavorative e di culture del lavoro con una concezione tale da essere di supporto e, così facendo, favoriscano un clima sociale positivo, un’agevole operatività e possano migliorare la produttività delle imprese.

Sebbene il raggiungimento di questi obiettivi sia una meta piuttosto impegnativa, la metodologia con cui raggiungerli ci viene suggerita dal D. Lgs. 81/08 stesso, dove nelle misure generali di tutela elenca una serie di comportamenti che sono il fondamento della salute e sicurezza sul lavoro. La valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza, innanzitutto. Da questa analisi si dipanerà l’intera matassa.

A seguire, la programmazione di tutti gli altri aspetti: la formazione e l’informazione dei lavoratori, le squadre per la lotta antincendio e la gestione delle emergenze, la manutenzione adatta di immobili ed attrezzature di lavoro, la scelta delle persone adatte che in azienda possiedono le caratteristiche idonee per ricoprire i ruoli che della sicurezza si occupano quotidianamente, la creazione di una struttura in cui le diverse figure coinvolte dialoghino fra loro. Tutto questo per arrivare all’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, ottenere la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico.

La moderna teoria del mantenimento di adeguati standard di sicurezza sui luoghi di lavoro si basa su due concetti fondamentali: la “lifelong learning” e la B-BS (Behavior- Based Safety). La prima è l’assunto secondo il quale la formazione continua del lavoratore, lungo tutta la sua vita, sia essenziale per poter mantenere vive e aggiornate al progresso le conoscenze nel soggetto. La B-BS, invece, punta (in concomitanza alla prima) al corretto comportamento, all’ottenimento del giusto modo di agire in tutte le circostanze.
Quando eseguita correttamente, la gestione della sicurezza sul lavoro può addirittura rientrare all’interno di un MOG avente efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa, ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231.

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    Rischio Vibrazioni: che cos’è, le Tipologie di Vibrazioni, le Misure di Prevenzione

    Rischio Vibrazioni: che cos'è, le Tipologie di Vibrazioni, le Misure di Prevenzione

    Il Rischio Vibrazioni si presenta quando un lavoratore utilizza strumenti o macchinari, come ad esempio martelli pneumatici, trapani, seghe circolari, tagliaerba, carrelli elevatori, trattori, ecc., che determino delle sollecitazioni negli apparati e negli organi interni.

    Le vibrazioni possono avere frequenze:

    • basse: comprese fra 0,1 e 2 Hz generate da mezzi di trasporto marittimi, aerei e terrestri;
    • medie: comprese fra i 2 e i 20 Hz generate da macchine ed impianti industriali;
    • alte: oltre i 20 Hz generate da strumenti vibranti, come ad esempio il martello pneumatico.

    Gli altri parametri che caratterizzano le vibrazioni sono:

    • l’ampiezza: cioè lo spostamento massimo dalla posizione di equilibrio;
    • la velocità: con cui avviene lo spostamento;
    • l’accelerazione: ossia la variazione di velocità.

     

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    L’esposizione alle vibrazioni rappresenta un rischio per la salute da non sottovalutare, in quanto potrebbe causare serie patologie o comunque arrecare disagio e disturbo nell’espletamento dei compiti lavorativi. Per tale ragione è obbligatorio effettuare un’attenta valutazione del rischio vibrazioni quando l’attività lavorativa prevede l’impiego di particolari attrezzature. In tal caso, occorre prendere in esame anche altri fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio, come le posture, la modalità di presa degli utensili, ecc.

    Le Tipologie di Vibrazioni

    A seconda delle parti del corpo coinvolte, possiamo distinguere le vibrazioni trasmesse al sistema mano-braccio (HAV) o quelle che interessano il corpo intero (WBV).

    Le vibrazioni mano-braccio (HAV) sono quelle che derivano da un’apparecchiatura vibrante che va impugnata con una o con entrambe le mani. Rientrano in questa categoria i seguenti strumenti: trapani, martelli pneumatici, avvitatori, motoseghe, smerigliatrici, levigatrici, scalpellatori, tagliaerba, chiodatrici, cubettatrici, ecc.

    Le vibrazioni causate dall’utilizzo dei suddetti strumenti possono causare disturbi vascolari, osteoarticolari, neurologici o muscolari. I disturbi più comuni sono quelli di natura vascolare e corrispondono generalmente alla sindrome di Reynaud o “sindrome del dito bianco”.

    rischio vibrazioni

    Il D.Lgs. 81/08 stabilisce che il limite di esposizione giornaliera a tale tipologia di vibrazioni a mani e braccia, su un periodo di riferimento di 8 ore, è pari a 5 m/s2, mentre su periodi brevi è di 20 m/s2; il valore d’azione giornaliero, su un periodo di riferimento di 8 ore, è invece di 2,5 m/s2.

    Invece, le vibrazioni trasmesse al corpo intero (WBV) sono quelle ricevute a causa dell’utilizzo di mezzi di trasporto o di movimentazione. Rientrano in questa seconda categoria: ruspe; trattori, perforatori, carrelli elevatori, gru, camion, autobus, imbarcazioni, elicotteri, ciclomotori, ecc.

    Tali vibrazioni possono comportare lombalgie e traumi del rachide e il limite di esposizione giornaliera, su un periodo di riferimento di 8 ore, è di 1,0 m/s2, mentre su periodi brevi di 1,5 m/s2; il valore d’azione giornaliero, normalizzato a un periodo di riferimento di 8 ore, è invece di 0,5 m/s2.

    Sia che si tratti di vibrazioni che interessano mani-braccia sia che coinvolgono il corpo, è importante restare sempre al di sotto dei valori limite, altrimenti il datore di lavoro è obbligato ad attuare una serie di misure per la riduzione dell’esposizione alle vibrazioni.

    La Misurazione del Rischio da Vibrazioni

    L’entità del rischio di esposizione alle vibrazioni è individuata dai valori:

    • di azione giornalieri: oltre i quali il datore di lavoro ha l’obbligo di elaborare un programma di misure per ridurre l’esposizione, attivare la sorveglianza sanitaria e fornire adeguata informazione e formazione degli esposti;
    • limite di esposizione giornalieri: oltre i quali il datore di lavoro si deve attivare immediatamente per riportare l’esposizione dei lavoratori al rischio vibrazione nuovamente ai livelli previsti dalla normativa vigente.

    La valutazione del rischio può essere effettuata senza misurazioni, sulla base di informazioni reperibili dal costruttore o da banche dati accreditate, sia mediante misurazioni. In quest’ultimo caso, in particolare, l’entità delle vibrazioni a cui sono esposti i lavoratori viene misurata mediante uno strumento chiamato accelerometro, che viene applicato all’impugnatura o al sedile della macchina utilizzata. La misurazione viene poi espressa in accelerazione, un valore che tiene conto delle variazioni di frequenza e di intensità delle vibrazioni durante il tempo di misura.

    La Valutazione del Rischio Vibrazioni

    La legge prevede che il datore di lavoro debba effettuare una valutazione e/o misurazione dei livelli delle vibrazioni a cui sono esposti i dipendenti della sua azienda in modo da capire se ci sia un rischio per la salute. In tal caso è fondamentale adottare le misure di prevenzione e protezione previste dalla normativa vigente.

    Per la valutazione del rischio vibrazione, il datore di lavoro deve considerare, in particolare, i seguenti elementi:

    • livello, tipo e durata dell’esposizione a vibrazioni;
    • valori limite di esposizione e valori d’azione;
    • eventuali effetti sulla salute e sicurezza dei lavoratori particolarmente sensibili al rischio (come le donne in gravidanza), oltre agli effetti indiretti;
    • informazioni fornite dal costruttore dell’attrezzatura di lavoro;
    • attrezzature alternative per ridurre i livelli di esposizione alle vibrazioni;
    • prolungamento, oltre le ore lavorative, del periodo di esposizione a vibrazioni trasmesse al corpo intero;
    • condizioni di lavoro particolari;
    • informazioni raccolte dalla sorveglianza sanitaria.

    La valutazione del rischio vibrazioni deve confluire nel Documento di Valutazioni Rischi (DVR) e, se i valori d’azione vengono superati, il datore di lavoro deve necessariamente:

    • prendere in considerazione altri metodi di lavoro che prevedano una minore esposizione alle vibrazioni;
    • scegliere le attrezzature di lavoro adeguate che producano il minor livello di vibrazioni possibile e riducano i rischi di lesioni;
    • valutare i programmi di manutenzione delle attrezzature di lavoro, del luogo di lavoro, dei sistemi sul luogo di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale (DPI), ad esempio scegliere guanti da lavoro specifici, che rispettino le norme antivibrazione;
    • provvedere all’informazione e formazione dei lavoratori sull’uso corretto e sicuro delle attrezzature di lavoro e dei DPI, per ridurre al minimo l’esposizione a vibrazioni;
    • limitare la durata e l’intensità dell’esposizione;
    • organizzare orari di lavoro appropriati, con adeguati periodi di riposo;
    • fornire ai lavoratori esposti gli indumenti per la protezione dal freddo e dall’umidità.

    Come previsto dal Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, la valutazione rischio vibrazioni deve essere aggiornata ogni 4 anni (o prima, in caso di modifiche sostanziali dell’organizzazione aziendale).

    Rischio Vibrazioni: quali sono i Danni?

    Come già anticipato, le vibrazioni meccaniche possono determinare nel lavoratore esposto l’insorgenza di alcune patologie, come ad esempio:

    • neuropatie periferiche;
    • angioneurosi, o sindrome di Raynaud: si manifesta con episodi di pallore digitale da vasocostrizione spastica dei vasi afferenti alle dita;
    • osteoartropatie dei polsi e gomiti;
    • sindrome da intrappolamento dei tronchi nervosi degli arti superiori;
    • patologie muscolo-tendinee degli arti superiori;
    • sindrome da compressione dei nervi periferici (come ad esempio il tunnel carpale, il tunnel cubitale, ecc.
    • tendinopatie infiammatorie e/o degenerative (tendiniti, tenosinoviti, peritendiniti, tendinosi) della spalla, gomito, polso e mano
    • osteoartropatie croniche degenerative come artrosi del polso e del gomito

    Altre patologie possono essere, ad esempio, le dita a scatto, l’ispessimento dell’aponeurosi palmare con contrattura progressiva delle dita della mano, borsiti, cisti tendinee, ecc.

    Rischio Vibrazioni: le Misure di Prevenzione

    Tra le possibili misure di prevenzione del rischio vibrazioni ci sono in particolare:

    • l’organizzazione del lavoro, dei tempi di esposizione e dei turni lavorativi;
    • l’utilizzo di DPI, soprattutto dei guanti ammortizzanti;
    • la sorveglianza sanitaria: ossia sottoporre il lavoratore a visite mediche periodiche (con limitazioni e prescrizioni) solitamente una volta l’anno oppure con cadenza decisa dal medico competente quando l’esposizione è tale da aver determinato una malattia oppure effetti nocivi per la salute del lavoratore, con una probabilità che tali conseguenze sopraggiungono nelle particolari condizioni di lavoro;
    • l’astensione del lavoratore dal fumo di tabacco;
    • la limitazione del consumo di alcool;
    • il controllo del metabolismo lipidico e glucidico.

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      Corsi Sicurezza Lavoratori: quali sono e dove farli?

      Corsi Sicurezza Lavoratori: quali sono e dove farli?

      I Corsi Sicurezza per i Lavoratori sono un diritto di ogni lavoratore; infatti, i lavoratori hanno il diritto di ricevere adeguata informazione e formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro senza alcun onere finanziario a suo carico.

      I principali corsi sicurezza lavoratori sono i seguenti:

       

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      Corsi Sicurezza Lavoratori: a cosa servono?

      Come previsto dal Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro e dall’Accordo Stato-Regioni del 2011, ciascun lavoratore, entro 60 giorni dall’assunzione, ha il diritto di ricevere un’adeguata formazione in tema di salute e sicurezza sul luogo di lavoro. Lo scopo è quello di far apprendere al dipendente i rischi e i pericoli presenti in azienda e le misure di protezione e prevenzione da adottare in situazioni di emergenza.

      In particolare, l’obbligo di formazione è previsto in caso di:

      • costituzione di un rapporto di lavoro;
      • trasferimento o cambiamento di mansioni;
      • introduzione di nuove attrezzature di lavoro, di nuove tecnologie e di nuove sostanze pericolose.

      In caso di violazione dell’obbligo di formazione, il datore di lavoro andrà incontro a pesanti sanzioni, come l’arresto o l’ammenda; mentre il lavoratore potrà subire richiami, segnalazioni o il licenziamento se si dimostra poco collaborativo.

      corsi sicurezza lavoratori

      Cosa prevedono i Corsi Sicurezza per i Lavoratori?

      I corsi per la Sicurezza sul Lavoro prevedono:

      • una formazione generale di 4 ore, uguale per tutti, durante la quale saranno affrontati diversi argomenti, quali ad esempio il concetto di rischio, le misure di prevenzione e protezione, gli organi di vigilanza, controllo e assistenza, ecc.
      • una formazione specifica, di durata variabile di 4, 8 o 12 ore a seconda dell’attività dell’azienda (classificabile come rischio basso, medio o alto in base al codice ATECO di appartenenza). Durante il corso vengono toccati vari temi come il rischio infortuni, le macchine e le attrezzature, le cadute dall’alto, i rischi da esplosione, l’etichettatura, ecc.;
      • una fase di aggiornamento della formazione, da effettuare ogni cinque anni per 6 ore, in cui verranno approfonditi gli aspetti giuridico-normativi della sicurezza e della salute dei lavoratori, le fonti di rischio, ecc.

      Sia la fase della formazione che dell’aggiornamento possono svolgersi anche online, cioè in modalità e-Learning. Oggi, infatti, la tecnologia consente ai lavoratori di seguire i corsi ed interagire con i docenti anche a distanza, grazie all’utilizzo di piattaforme informatiche.
      Alla fine di ogni corso, previo superamento di un test finale, deve essere rilasciato un attestato di partecipazione. Nel caso in cui il lavoratore decida di cambiare azienda e classe di rischio, dovrà integrare le ore mancanti.

      Corsi Sicurezza Lavoratori: dove effettuarli?

      I Corsi Sicurezza per i Lavoratori si possono effettuare in diverse modalità:

      Corsi Sicurezza sul Lavoro per altre Figure Aziendali

      La formazione sulla sicurezza sul lavoro prevede una serie di corsi in base alle mansioni svolte dai lavoratori e al livello di rischio presente in azienda. In particolare, possiamo distinguere:

      • corso per Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP). Si tratta di una figura aziendale che può essere ricoperta da un lavoratore selezionato, da un consulente esterno oppure direttamente dal datore di lavoro. Il corso RSPP ha una durata variabile e prevede soprattutto lo studio delle norme relative al tema della sicurezza e alla valutazione dei diversi rischi aziendali;
      • corso per Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (detto RLS). Altra figura professionale obbligatoria con il compito di rappresentare i lavoratori dal punto di vista della salute e della sicurezza sul lavoro;
      • corso per addetto antincendio: finalizzato alla prevenzione e alla lotta agli incendi. Durante il corso i lavoratori imparano le procedure per gestire al meglio le situazioni di emergenza;
      • corso per addetto primo soccorso: durante il quale il lavoratore prescelto apprende le misure di primo intervento adottare in caso di necessità.

       

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        Sanzioni Sicurezza sul Lavoro: quali sono? In quali casi vengono emesse?

        Sanzioni Sicurezza sul Lavoro: quali sono? In quali casi vengono emesse?

        Le Sanzioni previste nella Sicurezza sul Lavoro vengono elevate nel caso in cui si commetta una violazione della normativa contenuta nel Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro. Questo infatti comporta responsabilità e conseguenze sul piano civile, penale e amministrativo.

        Si pensi, ad esempio, al datore di lavoro che non ha provveduto a designare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) oppure il medico competente per l’effettuazione della sorveglianza sanitaria.

        La responsabilità si distingue in:

        • soggettiva: quando il soggetto risponde a titolo di dolo o colpa solo per gli atti da lui commessi;
        • oggettiva: quando il soggetto è tenuto a rispondere anche del danno commesso da altri, in considerazione del ruolo ricoperto in azienda. Si pensi, ad esempio, al datore di lavoro che risponde del comportamento dei propri dipendenti.

         

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        La Responsabilità in materia di Sicurezza sul Lavoro

        In tema di sicurezza sul luogo di lavoro, le tipologie di responsabilità giuridica previste dal sistema sanzionatorio sono le seguenti:

        • responsabilità penale: Quando la condotta presenta un rilievo penale, cioè si configurano dei reati (ad esempio omicidio colposo o lesioni personali), allora sono previste pene detentive, pecuniarie e accessorie (come sospensioni, interdizioni e divieti). Va precisato che per i reati sul lavoro, la responsabilità viene estesa anche alle persone giuridiche, alle società e alle associazioni (anche prive di personalità giuridica), come nei casi di omicidio colposo o lesioni personali colpose che violano le norme sulla sicurezza sul lavoro. La responsabilità penale è sempre personale, quindi di tipo soggettivo;
        • responsabilità civile: può essere di tipo soggettivo oppure oggettivo e la responsabilità, extracontrattuale o contrattuale può ricadere sia sul soggetto individuale che sull’azienda e prevede il risarcimento del danno (e di eventuali spese istruttorie in caso di processo);
        • responsabilità amministrativa: prevede sanzioni di tipo pecuniario e colpisce sia soggetti individuali che enti.

        sanzioni sicurezza sul lavoro

        Le Sanzioni in tema di Sicurezza sul Lavoro

        Il tipo di sanzione varia in base al grado di responsabilità che il soggetto coinvolto riveste in azienda. In particolare, per il datore di lavoro sono previste:

        • arresto da tre a sei mesi o ammenda da euro 2.792,06 a euro 7.147,67 per non aver valutato i rischi o non aver elaborato il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR);
        • ammenda da euro 2.233,65 a euro 4.467,30 per aver elaborato il DVR senza l’indicazione delle misure di prevenzione e di protezione attuate, dei dispositivi di protezione individuali adottati, ecc.;
        • ammenda da euro 1.116,82 a euro 2.233,65 per aver elaborato il DVR senza una relazione sulla valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa;
        • arresto da tre a sei mesi o ammenda da euro 2.792,06 a euro 7.147,67 per non aver designato il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP), non aver frequentato corsi di formazione, di durata minima di 16 ore e massima di 48 ore, qualora intenda svolgere direttamente i compiti propri del servizio di prevenzione e protezione.

        Le sanzioni previste sia per i datori di lavoro che per i dirigenti sono invece le seguenti:

        • arresto da due a quattro mesi o ammenda da euro 837,62 a euro 4.467,30 per non aver consegnato tempestivamente al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) copia del documento di valutazione dei rischi (DVR);
        • arresto da due a quattro mesi o ammenda da euro 1.116,82 a euro 5.360,76 per non aver verificato l’idoneità tecnico-professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi;
        • arresto da due a quattro mesi o ammenda da euro 1.340,19 a euro 5.807,48 per non aver tenuto conto delle capacità e delle condizioni di salute dei lavoratori prima di affidargli determinate mansioni;
        • arresto da due a quattro mesi o ammenda da euro 1.675,24 a euro 6.700,94 per non aver nominato il medico competente per la sorveglianza sanitaria nei casi previsti dalla legge o per non aver fornito ai lavoratori dispositivi di protezione individuale;
        • ammenda da euro 2.233,65 a euro 4.467,30 per non aver inviato i lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste dal programma di sorveglianza sanitaria o non aver tenuto la riunione periodica in occasione di significative variazioni delle condizioni di esposizione al rischio;
        • sanzione amministrativa pecuniaria da euro 1.116,82 a euro 5.025,71 per non aver trasmesso telematicamente all’INAIL (entro 48 ore dalla ricezione del certificato medico) i dati e le informazioni relativi agli infortuni sul lavoro che comportino un’assenza al lavoro superiore a tre giorni;
        • sanzione amministrativa pecuniaria da euro 558,41 a euro 2.010,28 per non aver comunicato tempestivamente al medico competente la cessazione del rapporto di lavoro;
        • arresto da due a quattro mesi o ammenda da euro 1.340,19 a euro 5.807,48 per non aver provveduto ad informare i lavoratori sui rischi per la salute e sicurezza sul lavoro;
        • arresto da due a quattro mesi o ammenda da euro 1.340,19 a euro 5.807,48 per non aver adottato idonee misure per prevenire gli incendi e per tutelare l’incolumità dei lavoratori.

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          Rischio elettrico: che cos’è? Quali sono le misure di prevenzione?

          Rischio elettrico: che cos'è? Quali sono le misure di prevenzione?

          Il rischio elettrico deriva dal contatto diretto (cioè con elementi normalmente in tensione, come ad esempio un cavo il cui isolante si è spellato) o indiretto (ossia con elementi che vanno in tensione in caso di guasto) con una parte attiva e non protetta di un impianto elettrico. Pertanto, qualsiasi lavoro si svolga in prossimità di una fonte di alimentazione di natura elettrica, si parla di esposizione al rischio elettrico.
           

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          Sono particolarmente esposti al rischio elettrico:

          • il settore dell’edilizia;
          • gli istituti ospedalieri;
          • le carrozzerie meccaniche;
          • il settore metalmeccanico in genere.

          I lavori che comportano un rischio elettrico devono essere svolti da persona esperta in ambito di lavori elettrici (PES) o da persona avvertita in ambito di lavori elettrici (PAV). Invece i lavori fuori tensione e/o in prossimità di un rischio elettrico possono essere svolti da persona comune (PEC), cioè non esperta.

          rischio elettrico

          La normativa sul rischio elettrico

          La normativa che regolamenta tutti i lavori esposti a rischio elettrico è contenuta nel D.lgs 37/08 che sancisce le linee guida in materia di:

          • requisiti degli impianti e delle attrezzature;
          • periodicità della manutenzione e delle verifiche da effettuare;

          Un altro importante documento è il D.lgs 81/08 che, invece, disciplina in particolare:

          • gli obblighi del datore di lavoro;
          • i requisiti di sicurezza;
          • i lavori sotto tensione e in prossimità di parti attive;
          • la protezioni dai fulmini;
          • la protezione di edifici, impianti strutture ed attrezzature;
          • le verifiche e i controlli;
          • le sanzioni.

          Infine, va menzionata la norma CEI 11-27 che regola lo svolgimento dei lavori esposti al rischio elettrico e sancisce:

          • le figure responsabili dei lavori elettrici;
          • le istruzioni specifiche per le persone comuni che eseguono lavori non elettrici;
          • l’introduzione della distanza riguardante i lavori non elettrici;
          • le modifiche alla distanza di lavoro sotto tensione, in riferimento alla bassa tensione;
          • le innovazioni nella modulistica relativa a tali lavori.

          Quali sono le conseguenze del rischio elettrico?

          I lavoratori esposti al rischio elettrico possono subire conseguenze molto gravi, si parla infatti di folgorazione o elettrocuzione quando la corrente elettrica attraversa il corpo umano.

          L’elettrocuzione può avvenire per:

          • contatto diretto;
          • contatto indiretto;
          • arco elettrico;

          Per quanto riguarda gli effetti possiamo avere:

          • la tetanizzazione: ossia la contrazione involontaria dei muscoli interessati al passaggio della corrente;
          • l’arresto della respirazione;
          • la fibrillazione ventricolare;
          • le ustioni;

          Va ricordato, altresì, che uno dei pericoli più diffusi derivati direttamente dal rischio elettrico è l’incendio, che può verificarsi per:

          • un’anomalia dell’impianto elettrico;
          • un corto circuito;
          • un arco elettrico: dovuto a più fattori come ad esempio all’elevato calore, all’esplosione dell’aria riscaldata, alla vaporizzazione di metalli, ecc.;
          • un sovraccarico.

          La valutazione del rischio elettrico

          Considerate le conseguenza mortali per i lavoratori, è indispensabile effettuare sempre una valutazione del rischio elettrico tenendo conto delle:

          • fonti di rischio primarie: come ad esempio gli impianti e gli apparati;
          • condizioni specifiche e le caratteristiche del luogo di lavoro;
          • caratteristiche dei processi lavorativi.

          La valutazione deve essere:

          • dettagliata;
          • periodicamente rivista in base alle variazioni dei processi lavorativi;
          • rispettosa delle normative tecniche CEI per quanto riguarda i requisiti di sicurezza, i livelli di accettabilità e i parametri relativi ad attrezzature, dispositivi di protezione e formazione delle figure qualificate per svolgere lavori esposti a rischio elettrico.

          Rischio elettrico: le misure preventive per i lavoratori

          Le misure preventive da adottare per i lavori esposti a rischio elettrico sono:

          • l’attestato di conformità dell’impianto elettrico;
          • l’ubicazione e il funzionamento del quadro elettrico generale e del quadro elettrico di zona;
          • le verifiche del funzionamento dell’interruttore differenziale;
          • lo spegnimento degli apparecchi che potrebbero causare incidenti durante la notte;
          • Il non utilizzo degli apparecchi nelle vicinanze di liquidi o in caso di elevata umidità;
          • l’uso di attrezzature di lavoro e dispositivi di protezione a norma;
          • la revisione e il controllo degli impianti da parte di personale qualificato;
          • evitare di sovraccaricare le prese della corrente, ad esempio con ciabatte a cui siano collegati troppi dispositivi;
          • l’utilizzo esclusivo di estintori a polvere o CO2 per spegnere un incendio di natura elettrica.

          La sicurezza dei lavoratori esposti al rischio elettrico

          Per tutelare la sicurezza dei lavoratori nei lavori elettrici è necessario garantire loro una formazione relativa, in particolare, all’osservanza delle procedure da seguire sul luogo di lavoro.

          Le principali figure professionali responsabili dell’attuazione delle misure di sicurezza da applicare in materia di rischio elettrico sono:

          • URI: Persona o Unità Responsabile dell’impianto elettrico;
          • RI: Persona designata alla conduzione dell’impianto elettrico;
          • URL: Persona o Unità Responsabile della realizzazione del lavoro;
          • PL: Persona preposta alla conduzione dell’attività lavorativa.

          Inoltre, è importante impiegare, se necessario, attrezzi ed equipaggiamenti atti a prevenire pericoli elettrici per le persone. Tali operazioni sono sottoposte all’approvazione della persona designata alla conduzione dell’impianto elettrico (RI), il quale deve essere preventivamente consultato prima che dette misure siano messe in atto.

          Va precisato che l’attività lavorativa a rischio elettrico deve essere prima valutata nella sua complessità in modo da scegliere il personale più idoneo in base ai seguenti criteri:

          • conoscenza dell’elettricità;
          • esperienza di lavoro elettrico;
          • conoscenza del tipo di impianto su cui si deve lavorare ed esperienza pratica di quel lavoro;
          • conoscenza dei rischi che possono insorgere durante il lavoro e delle precauzioni che devono essere osservate.

          Rischio elettrico: come prevenire gli incidenti?

          La maggior parte degli incidenti di natura elettrica si verificano durante gli interventi su attrezzature a bassa tensione come, per esempio, le prese elettriche. Un operatore, quindi, che esegue un intervento a contatto con l’elettricità si espone a numerosi rischi legati:

          • al contatto diretto o indiretto: il corpo umano è particolarmente conduttivo e sensibile alla corrente elettrica;
          • al cattivo stato degli isolanti o all’utilizzo di prodotti non conformi;
          • alla modifica degli impianti elettrici da parte di persone non esperte;
          • al mancato rispetto delle distanze di sicurezza;
          • all’utilizzo degli impianti per un uso non adatto;
          • agli interventi su impianti non scollegati.

          Le misure di gestione del rischio elettrico prevedono, oltre la costante formazione e informazione degli addetti ai lavori, (anche con l’utilizzo di segnaletica adeguata) anche una periodica manutenzione degli impianti e delle attrezzature e l’adozione di adeguati dispositivi tecnici (interruttori differenziali, barriere fisiche, misuratori di tensione, utilizzo di materiali isolanti). Va ricordato che per effettuare interventi in totale sicurezza è indispensabile utilizzare strumenti adeguati, come:

          • la pinza a becco e pinza tronchese isolate: per lavorare e tagliare cavi e fili;
          • i cacciaviti isolati: per collegare i fili;
          • il coltello o la pinza spelacavi per sguainare i cavi elettrici in sicurezza;
          • la pinza crimpatrice per tagliare e sguainare i cavi e crimpare i terminali.

          Sono inoltre disponibili anche efficaci dispositivi di protezione individuale per proteggersi contro i rischi di folgorazione e ustioni, come ad esempio calzature antistatiche e guanti isolanti.

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            Cos’è il Near Miss? Il Mancato Infortunio nella Sicurezza sul Lavoro

            Cos’è il Near Miss? Il Mancato Infortunio nella Sicurezza sul Lavoro

            Il near miss (quasi incidente o quasi infortunio) è un indicatore di rischio e riguarda qualsiasi evento che potenzialmente potrebbe causare un incidente (o un infortunio) sul lavoro o comunque un danno alla salute del lavoratore.

            Non è possibile stabilire a priori se un evento può rientrare nella categoria di near miss, in quanto c’è un vuoto normativo. Inoltre, si tratta di una tipologia di eventi che, il più delle volte, non viene conteggiata nell’analisi dei fattori che incidono sulla sicurezza dei lavoratori. Di conseguenza, si creano condizioni di lavoro inadatte ed estremamente pericolose.

            Secondo molti studi statistici su 1000 incidenti, 3 sono infortuni con conseguenze rilevanti, 88 con effetti minori e i restanti sono near misses (o quasi infortuni).
             

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            Quali sono le cause di un Near Miss?

            Gli incidenti sono causati il più delle volte dalle seguenti circostanze:

            • messa in atto di comportamenti pericolosi;
            • mancato rispetto di prescrizioni e/o procedure di lavoro;
            • carenze strutturali, organizzative e tecniche.

            Ebbene, il near miss si verifica per cause analoghe a quelle di un incidente vero e proprio, l’unica differenza sta nella gravità delle conseguenze che ne derivano.

            Perché è importante conoscere il Near Miss?

            Analizzare i mancati o quasi incidenti è fondamentale per prevenire il verificarsi di infortuni gravi  e/o mortali per i lavoratori.

            Il near miss, quindi, segnala una debolezza del sistema che, se non corretta in tempo, potrebbe portare a conseguenze significative in futuro. Rientrano nei near miss anche tutti gli eventi infortunistici lievi che non determinano giorni di assenza da lavoro (oltre quello in cui si è verificato l’evento) e che rischiano quindi di non essere registrati o analizzati a fini della prevenzione.

            Near miss: la normativa

            La normativa in materia di near miss è estremamente lacunosa. Non esiste alcun obbligo specifico del datore di lavoro di riportare i near miss nel DVR, né sono previste sanzioni in caso di mancata registrazione. Invece, tra gli obblighi del lavoratore c’è quello di segnalare al datore di lavoro o al superiore gerarchico (dirigente o al preposto) qualsiasi condizione di pericolo di cui venga a conoscenza.

            L’analisi dei near miss da parte del datore di lavoro è quindi solo su base volontaria e laddove l’azienda adotti un sistema di norme atte a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori, come ad esempio la norma ISO UNI 45001 – 2018. In pratica, la norma ISO UNI 45001 identifica lo standard internazionale per la gestione della sicurezza e della salute dei lavoratori all’interno di un luogo di lavoro. In particolare, prevede la necessità di monitorare costantemente tutte le situazioni potenzialmente pericolose. In questo modo, non solo si migliora la cultura della prevenzione nei luoghi di lavoro, ma si migliorano anche tutte le fasi del processo lavorativo.

            Near miss: quali linee d’azione adottare?

            Conoscere i near miss permette di individuare con efficacia e concretezza le linee di azione da adottare per prevenire o ridurre gli infortuni sul lavoro e quindi evitare che le situazioni di rischio, se si sono già presentate, possano ripetersi ancora.

            Per la corretta segnalazione dei near miss è importante che il management aziendale abbia adeguati strumenti per il rilevamento, l’analisi e il loro trattamento. Ma soprattutto è importante che tutto il personale conosca i near miss e la procedura di gestione di tali indicatori di rischio. Solo in questo modo è possibile diffondere e consolidare una cultura aziendale basata sulla sicurezza e sulla qualità del lavoro dei propri dipendenti.

            Quindi tutto il personale deve essere pienamente consapevole che la segnalazione, l’analisi e il trattamento dei near miss è un fattore indispensabile per la sicurezza e la tutela della salute all’interno di ogni azienda. Un near miss non gestito, potrebbe diventare un incidente o un infortunio e determinare conseguenze a livello civile e penale sia per le persone fisiche sia per l’azienda.

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              Sanificazione Coronavirus: Raccomandazioni e Procedure

              Sanificazione Coronavirus: Raccomandazioni e Procedure

              In seguito all’insorgenza della epidemia di Coronavirus sono state adottate una serie di misure, a livello nazionale ed internazionale, dirette a prevenirne ed arginarne l’espansione all’interno delle aziende.

              Di recente, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato un rapporto contenente tutte le raccomandazioni per procedere con la sanificazione di superfici, ambienti interni e abbigliamento.

              Le indicazioni contenute nel rapporto tengono conto anche dell’impatto ambientale e dei rischi per la salute umana connessi all’utilizzo dei prodotti utilizzati per la sanificazione.

              Il rapporto in questione ha lo scopo, da un lato, di richiamare l’attenzione sui risultati scientifici riguardanti la diffusione del virus, dall’altro lato, di sottolineare l’importanza di adottare misure corrette per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori, degli addetti alla pulizia e di tutte le persone che hanno accesso negli ambienti e nei locali di lavoro.

               

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              Cos’è la sanificazione?

              Per sanificazione si intende quel complesso di operazioni e procedure di pulizia, disinfezione e mantenimento della buona qualità dell’aria negli ambienti. Per una corretta prevenzione della diffusione del virus, è necessaria infatti una pulizia regolare seguita dalla disinfezione delle superfici e degli ambienti interni. Per comprendere meglio la sanificazione, è importante distinguere altri concetti, quali ad esempio:

              • la disinfezione: un trattamento che abbatte la carica microbica di ambienti, superfici e materiali. La disinfezione va effettuata utilizzando prodotti disinfettanti (biocidi o presidi medico chirurgici) autorizzati dal Ministero della Salute e dotati di numero di registrazione/autorizzazione riportato sull’etichetta;
              • l’igienizzazione dell’ambiente: ha lo scopo di rendere igienico, ovvero pulire l’ambiente eliminando tutte le sostanze nocive presenti. I prodotti per l’igienizzazione dell’ambiente devono riportare sull’etichetta la dicitura sull’attività, ad esempio “contro germi e batteri”. In caso contrario, si tratta di semplici detergenti (cosiddetti igienizzanti);
              • la detersione: ossia la rimozione e l’allontanamento dello sporco e dei microrganismi in esso presenti, con conseguente riduzione della carica microbica. La detersione va fatta sempre prima della disinfezione e della sterilizzazione;
              • la pulizia: per la pulizia si utilizzano prodotti detergenti/igienizzanti per ambiente, utili per rimuovere lo sporco mediante azione meccanica o fisica;
              • la sterilizzazione: processo fisico o chimico che porta alla distruzione mirata di ogni forma microbica vivente.

               
              sanificazione coronavirus

              Quali disinfettanti usare per la sanificazione?

              Allo scopo di contenere la diffusione del virus è importante:

              • garantire un adeguato tasso di ventilazione e ricambio d’aria;
              • pulire superfici, oggetti, ecc. con acqua e detergenti neutri;
              • utilizzare prodotti adatti, registrati e autorizzati.

              I prodotti con azione disinfettante battericida, fungicida o virucida tesi a distruggere, eliminare o rendere innocui i microrganismi tramite azione chimica, ricadono nei processi normativi dei Presidi Medico-Chirurgici (PMC) e dei biocidi.

              Va precisato che per biocida si intende qualsiasi sostanza o miscela contenente uno o più principi attivi in grado di distruggere, eliminare e rendere innocuo qualsiasi organismo nocivo. I prodotti biocidi devono obbligatoriamente riportare in etichetta la dicitura “Autorizzazione prodotto biocida n…”.

              I suddetti prodotti, prima di essere immessi in commercio, devono essere preventivamente valutati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e autorizzati dalle Autorità Competenti degli stati membri dell’UE (che per l’Italia è il Ministero della Salute e dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (European Chemicals Agency, ECHA).

              I prodotti per la disinfezione sono vari, dai detergenti agli igienizzanti (quest’ultimi devono essere conformi alla normativa prevista e riportare la dicitura “igienizzanti per gli ambienti” o “igienizzanti per la cute”).

              In ogni caso, i principi attivi maggiormente utilizzati nei prodotti disinfettanti autorizzati a livello nazionale ed Europeo sono:

              • l’etanolo;
              • i sali di ammonio quaternario (es. cloruro di didecil dimetil ammonio – DDAC, cloruro di alchil dimetilbenzilammonio, ADBAC);
              • il perossido d’idrogeno;
              • il sodio ipoclorito.

              Sull’etichetta del prodotto utilizzato è possibile trovare la concentrazione da utilizzare e i tempi di contatto da rispettare per ottenere una efficace azione disinfettante. Per questo è importante leggere sempre le avvertenze riportate in etichetta e non miscelare prodotti diversi perché si potrebbero generare sostanze molto pericolose per la salute.

              Infine, va detto che la pulizia con acqua e normali detergenti neutri associata all’utilizzo di comuni prodotti disinfettanti è spesso sufficiente per la decontaminazione delle superfici. È importante, tuttavia, rinnovare periodicamente l’aria all’interno dell’ambiente.

              Quali procedure adottare per la sanificazione?

              Gli interventi periodici di pulizia possono comprendere:

              • il lavaggio con detergenti efficaci a rimuovere lo sporco dalle superfici;
              • la disinfezione mediante prodotti disinfettanti PMC o biocidi autorizzati;
              • l’uso di “sanitizzanti” con sistemi di generazione in situ. Il termine sanitizzazione deriva dall’inglese “sanitisation” e viene utilizzato come sinonimo di “disinfezione”. Il Ministero della Salute ha precisato che anche i prodotti che riportano in etichetta “sanitizzante/ sanificante” rientrano nella definizione di prodotti biocidi.

              Uno dei principi attivi valutato come “biocida” è rappresentato dal cloro attivo generato per elettrolisi dal cloruro di sodio, il cui effetto “biocida” è dato dall’equilibrio acido ipocloroso, cloro gassoso e ipoclorito di sodio, in concentrazioni variabili in funzione del pH e della temperatura.

              Attualmente, l’ozono viene utilizzato per la disinfezione e sterilizzazione delle strutture sanitarie e dei dispositivi medici.

              Altro sistema è rappresentato dal trattamento con raggi UV a bassa lunghezza d’onda (220 nm).

              Sanificazione e tutela della salute

              Prima di utilizzare qualsiasi prodotto per le procedure di sanificazione è fondamentale fare un’attenta valutazione per evitare che il loro impiego possa danneggiare la salute dei lavoratori, degli operatori che effettuano la pulizia e di chiunque abbia accesso alle aree sanificate.

              Pertanto, una volta individuato il prodotto da utilizzare occorre:

              • verificare la sua efficacia virucida;
              • controllare le corrette modalità di impiego;
              • individuare le misure di prevenzione e protezione per gli utilizzatori e per i lavoratori addetti che rientreranno nelle aree sanificate.

              Per le ragioni su esposte, è necessario fare sempre riferimento al contenuto e alle indicazioni riportate nell’etichetta del prodotto, nella scheda tecnica e nella Scheda di Dati di Sicurezza (SDS). Inoltre, in caso di miscele classificate pericolose per la salute e per la sicurezza è importante ottenere dal fornitore l’avvenuta notifica all’Archivio Preparati Pericolosi dell’ISS.

              Va precisato, altresì, che le imprese che utilizzano i prodotti per la sanificazione devono garantire che i propri lavoratori addetti abbiano ricevuto un’adeguata informazione/formazione circa l’impiego dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) e delle misure di gestione del rischio da applicare nell’impiego delle attrezzature utilizzate per l’erogazione dei prodotti o per l’eventuale generazione in situ degli stessi.

              Sanificazione: la gestione dei rifiuti

              Un aspetto da non trascurare riguarda la corretta gestione dei rifiuti che derivano dall’impiego dei prodotti di pulizia, igienizzazione e disinfezione effettuate in ambienti lavorativi (non sanitari) ove non abbiano soggiornato soggetti positivi al COVID-19.

              I rifiuti prodotti, quali ad esempio stracci, panni spugna, carta, guanti monouso, mascherine ecc., andranno nella raccolta indifferenziata come “rifiuti urbani non differenziati (codice CER 20.03.01)”.

              In particolare, per la gestione dei rifiuti si raccomanda di:

              • utilizzare sacchi di idoneo spessore. In caso di sacchi di bassa resistenza meccanica si consiglia di utilizzarne due, uno dentro l’altro;
              • evitare di comprimere il sacco durante il confezionamento;
              • chiudere bene i sacchi;
              • utilizzare DPI monouso per il confezionamento dei rifiuti e lo spostamento dei sacchi (ad esempio, guanti e mascherina);
              • lavarsi accuratamente le mani al termine delle operazioni di pulizia e confezionamento rifiuti.

              Gli altri rifiuti prodotti nell’ambito della normale attività dell’azienda, e che sono gestiti come rifiuti speciali o speciali pericolosi, devono essere classificati e gestiti secondo le modalità previste dalle disposizioni vigenti.

              Stabilità del Covid-19 sulle superfici

              Diversi studi dimostrano che il tempo di sopravvivenza dei virus sulle superfici oscilla da poche ore fino ad alcuni giorni, a seconda del materiale, della concentrazione, della temperatura e dell’umidità.

              Tuttavia, alcuni dati più recenti confermano la capacità del virus di persistere, in particolare, su plastica e acciaio inossidabile fino a 72 ore, anche se la carica infettiva sui suddetti materiali si dimezza dopo circa 6 ore (per la plastica) e 7 ore (per l’acciaio inossidabile).

              Invece, sulle superfici come il rame e il cartone è stato notato come l’agente patogeno (il Coronavirus)  scompare dopo circa 4 ore (per il rame) e 24 ore (per il cartone).

              Un altro fattore da considerare è la temperatura, in quanto è stato dimostrato che il virus risulta sensibile al calore. In altri termini, la capacità infettiva del virus diminuisce con l’aumento della temperatura.

              In sintesi, il Coronavirus sembrerebbe essere più stabile sulle superfici lisce ed estremamente stabile in un ambiente con una temperatura che si aggira intorno ai 20°C.

              Il rapporto della Sanità fornisce anche una tabella dalla quale si evidenzia che le particelle virali infettanti rilevano:

              • sulla carta da stampa e velina fino a 30 minuti dalla contaminazione. Invece, le particelle non sono più rilevate dopo 3 ore;
              • sul tessuto: fino a 1 giorno dalla contaminazione e non sono più rilevate dopo 2 giorni;
              • su banconote e vetro fino a 2 giorni dopo la contaminazione e non sono più rilevate dopo 4 giorni;
              • su acciaio inox e plastica: fino a 4 giorni dalla contaminazione e non più dopo 7 giorni;
              • sulle mascherine chirurgiche fino a 4 giorni dalla contaminazione e dopo 7 giorni non sono state più rilevate. Nello strato esterno invece le particelle virali sono risultate presenti fino a 7 giorni dalla contaminazione.

               

              Sanificazione abbigliamento e materiali tessili

              In occasione dell’emergenza del Coronavirus vi è la necessità di disinfettare, oltre gli ambienti e i locali, anche l’abbigliamento.

              Le linee guida attualmente disponibili riguardano esclusivamente il trattamento di biancheria da letto, asciugamani e vestiti sporchi di pazienti affetti da COVID-19 e il trattamento di biancheria da letto, asciugamani e vestiti sporchi all’interno degli hotel.

              Considerate le criticità legate ai differenti materiali, un trattamento di sanificazione/igienizzazione sugli articoli tessili dovrà presentare caratteristiche quali:

              • compatibilità: non deve causare rilevanti cambiamenti delle proprietà delle fibre, dei materiali e delle sostanze chimiche presenti sul tessuto (es. coloranti) anche in seguito a ripetuti trattamenti;
              • rapidità di azione: cioè l’efficacia raggiunta in breve tempo;
              • penetrazione: ossia la capacità dei disinfettanti di raggiungere il materiale trattato considerando diversità di spessore dei tessuti, cuciture, risvolti e pieghe del capo confezionato;
              • sicurezza per l’operatore, per l’utilizzatore finale e per l’ambiente;
              • costo-efficacia: costi ragionevoli per attrezzatura, installazione ed utilizzo.

              Generalmente non è consigliato trattare i materiali tessili con disinfettanti chimici, se non nel caso di tessuti che possono essere lavati anche in lavatrice ad almeno 60° C con prodotti detergenti e disinfettanti. Ciò in quanto alcuni prodotti, pur essendo particolarmente efficaci contro il virus, potrebbero causare degradazione o rigonfiamento dei tessuti e danni irreversibili agli stessi riducendone in alcuni casi le capacità protettive. È buona norma, comunque, valutare prima l’effetto del prodotto scelto, facendo una prova su una piccola parte del tessuto che si intende trattare.

              Invece, tra i trattamenti fisici da considerare c’è sicuramente il calore (cioè il vapore secco) per 30 minuti, utilizzato anche per la sanificazione delle mascherine chirurgiche. Il vapore secco, in genere, non rappresenta un problema poiché viene già utilizzato nelle operazioni di finissaggio dei tessuti. Il trasferimento del vapore, quale mezzo di contrasto al virus in un contesto commerciale, potrebbe essere praticabile dagli stessi addetti alle vendite con vaporizzatori portatili. Va sottolineato che l’eventuale uso di vaporizzatori dovrebbe essere effettuato in locali separati, da ventilare abbondantemente dopo l’applicazione del vapore al fine di evitare il trasferimento di eventuali contaminanti dai tessuti anche se non è standardizzabile il tempo necessario affinché il calore risulti realmente efficace per la complessità dell’articolo, ovvero la presenza di pieghe, cuciture, risvolti, ecc., che potrebbe richiedere un maggior tempo di vaporizzo all’operatore mediante aerosol.

              In ogni caso, si raccomanda il lavaggio dei capi, sia in acqua con normali detergenti oppure a secco presso le lavanderie professionali. Tale prassi è in grado di rispondere alle esigenze di sanificazione, anche se rappresenta un processo di manutenzione straordinario.

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                Coronavirus: cosa devono fare le aziende che ripartono il 14 Aprile?

                Coronavirus: cosa devono fare le aziende che ripartono il 14 Aprile?

                Le ultime disposizioni in materia di Coronavirus (D.P.C.M. 10 Aprile 2020) comportano la riapertura di diverse attività (qui l’elenco – link allegato 1).

                È obbligatorio, per le aziende che ripartiranno il 14 Aprile, il rispetto delle misure di sicurezza che garantiscano la salute dei collaboratori presenti all’interno dell’azienda e assicurino la corretta igiene dell’ambiente di lavoro.

                 

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                Tali cautele sono indicate nel “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” sottoscritto a livello nazionale dalle Parti Sociali il 14 marzo. E’ il del Datore di Lavoro che deve valutare il rischio di infezione da Coronavirus e verificare se le misure possano essere rese operative nei propri luoghi di lavoro oltre a  garantirne il rispetto.

                Si ricorda che l’analisi del rischio Coronavirus non può essere generica, così come non può essere generica l’individuazione delle relative misure di prevenzione e protezione. Il Datore di lavoro è tenuto ad effettuare una valutazione documentata specificando le misure che sta adottando.

                Le misure peraltro devono essere applicate a tutti i lavoratori, anche a coloro che lavorano all’esterno dell’azienda, e in particolare:

                • informare puntualmente il personale sulle misure di contenimento intraprese;
                • verificare il controllo della temperatura all’ingresso (attraverso termometro ad infrarossi);
                • mettere a disposizione detergenti per le mani e prodotti per la sanificazione delle superfici (gel mani e spray disinfettanti);
                • fornire i dispositivi di protezione individuale anticontagio (mascherine, guanti, occhiali);
                • richiedere di attenersi in maniera costante ed effettiva al criterio di distanza droplet (almeno 1 metro di separazione);
                • controllare, personalmente e attraverso i preposti alla sicurezza, il corretto adempimento delle regole di comportamento prendendo provvedimenti in caso di inosservanza.

                coronavirus precauzioni azienda
                Il D.P.C.M. del 10 Aprile inoltre fornisce indicazioni in merito alle misure di cautela che devono essere adottate dalle attività di commercio.

                Allegato 5 – Misure per gli esercizi commerciali

                1. Mantenimento in  tutte e attività e le loro fasi del distanziamento interpersonale.
                2. Garanzia di pulizia e igiene ambientale con frequenza almeno due volte giorno ed in funzione dell’orario di apertura.
                3. Garanzia di adeguata aereazione naturale e ricambio d’aria.
                4. Ampia disponibilità e accessibilità a sistemi per la disinfezione delle mani. In particolare, detti sistemi devono  essere disponibili accanto a tastiere, schermi touch e sistemi di pagamento.
                5. Utilizzo di mascherine nei luoghi o ambienti chiusi e comunque in tutte le possibili fasi  lavorative  laddove non sia possibile garantire il distanziamento interpersonale.
                6. Uso dei guanti “usa e getta” nelle  attivita’ di acquisto, particolarmente per l’acquisto di alimenti e bevande.
                7. Accessi regolamentati e scaglionati  secondo le seguenti modalita’:
                  1. attraverso ampliamenti delle fasce orarie;
                  2. per locali fino a quaranta metri quadrati puo’ accedere una persona alla volta, oltre a un massimo di due operatori;
                  3. per locali di dimensioni  superiori  a  quelle  di  cui  alla lettera b),  l’accesso e’ regolamentato  in  funzione  degli  spazi disponibili, differenziando, ove possibile, i percorsi di  entrata e di uscita.
                8. Informazione per garantire il distanziamento dei clienti in attesa di entrata.

                 
                WST Europa propone alla propria clientela il servizio di consulenza per la redazione del Documento di Valutazione del Rischio da infezione da Coronavirus e ricorda che è disponibile il KIT di DPI anti Covid-19 (mascherine, guanti, occhiali e igienizzante mani), adeguati alla protezione da contagio di portatori asintomatici.

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                  Regole per l’Entrata e l’Uscita dai Luoghi di Lavoro durante il Coronavirus

                  Regole per l'Entrata e l'Uscita dai Luoghi di Lavoro durante il Coronavirus

                  In occasione dell’emergenza sanitaria del coronavirus si è posto il problema, per tutte le aziende che continuano l’attività produttiva, di predisporre protocolli anti-contagio che prevedono in particolare:

                  • la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica degli spazi aziendali (mense, locali, ecc.);
                  • la sospensione dell’attività lavorativa, favorendo invece lo smart working (il lavoro a distanza);

                  regole per le entrate e le uscite dal luogo di lavoro di dipendenti, fornitori, trasportatori, ecc.

                   

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                  Cos’è il protocollo anti-contagio?

                  A causa dell’emergenza Covid-19 è stato sottoscritto tra le Parti sociali un protocollo che contiene le misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del coronavirus negli ambienti di lavoro.

                  La prosecuzione delle attività lavorative, infatti, deve avvenire nel rispetto delle norme di sicurezza per garantire la tutela della salute dei lavoratori (e di tutte le persone presenti in azienda) e la salubrità dell’ambiente di lavoro.

                  entrata-luoghi-lavoro-coronavirus

                  L’obbligo di informazione

                  L’azienda deve informare tutti i lavoratori (e chiunque entri in azienda) circa le disposizioni emesse dalle autorità, consegnando e/o affiggendo all’ingresso e nei luoghi maggiormente visibili dei locali aziendali, appositi depliants.

                  Le informazioni riguardano principalmente:

                  • l’obbligo di rimanere nel proprio domicilio in presenza di febbre (oltre 37.5°) o altri sintomi influenzali (tosse o difficoltà respiratoria) e di chiamare il proprio medico di famiglia e l’autorità sanitaria competente;
                  • consapevolezza e l’accettazione del fatto di non poter entrare o permanere in azienda e di doverlo dichiarare tempestivamente laddove, anche successivamente all’ingresso, sussistano le condizioni di pericolo (sintomi di influenza, temperatura, provenienza da zone a rischio o contatto con persone positive al virus nei 14 giorni precedenti, ecc.);
                  • l’impegno a rispettare tutte le disposizioni delle autorità e del datore di lavoro durante l’ingresso in azienda (in particolare, mantenere la distanza di sicurezza di un metro, osservare le regole di lavare le mani e tenere comportamenti corretti sul piano dell’igiene);
                  • l’impegno, sia del personale dipendente che di persone esterne all’azienda, come trasportatori o fornitori) a informare tempestivamente il datore di lavoro (o l’ufficio del personale) se si avverte la presenza di qualsiasi sintomo influenzale durante l’espletamento della prestazione lavorativa, avendo cura di rimanere ad adeguata distanza dalle persone presenti;

                  l’impegno del datore di lavoro a disporre l’isolamento del soggetto contagiato e avvertire l’autorità sanitaria competente per territorio e i numeri di emergenza per il coronavirus forniti dalla Regione o dal Ministero della Salute. Quest’ultima può (sulla base di una definizione condivisa con l’azienda) prevedere che la persona risultata positiva al tampone sia messa in quarantena.

                  Le modalità di entrata e uscita dei lavoratori

                  Ciascuna azienda deve prevedere un protocollo anti-contagio che riporti le modalità più idonee (ad esempio consegnando materiale esplicativo), per informare i lavoratori (e tutti coloro che hanno un accesso all’azienda) circa le disposizioni dettate dal governo in merito alla procedura da seguire per l’entrata e l’uscita dai luoghi di lavoro, i luoghi di transito e le condizioni di pericolo e contagio.

                  In particolare, è vietato entrare e permanere in azienda quando:

                  • si manifestino sintomi come tosse, difficoltà di respirazione e si ha una temperatura di oltre 37,5. Le persone in tali condizioni saranno momentaneamente isolate e fornite di mascherine e dovranno contattare nel più breve tempo possibile il proprio medico curante e seguire le sue indicazioni;
                  • si proviene da zone a rischio (cosiddette zone rosse) o nel caso in cui ci sia stato un contatto, nei 14 giorni precedenti, con persone risultate positive al COVID-19.

                  Il personale, quindi, prima dell’accesso al luogo di lavoro potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea.

                  Inoltre, è importante che l’azienda riveda gli orari di ingresso e uscita per evitare gli assembramenti del personale (anche all’interno della struttura), individuando eventualmente accessi e uscite alternative.

                  In ogni caso, è fondamentale rispettare tutte le regole previste in tema di distanza minima di sicurezza e igiene delle mani (avendo cura di non toccarsi occhi, naso e bocca).

                  Modalità entrata e uscita del personale esterno

                  Il protocollo aziendale deve prevedere anche le procedure più idonee per regolare l’ingresso, il transito e l’uscita degli esterni. In tale categoria rientrano fornitori, trasportatori e tutti coloro che per ragioni di lavoro o personali si trovano ad avere la necessità di accedere all’azienda (ad esempio l’impresa di pulizie). Lo scopo è chiaramente quello di ridurre le occasioni di contatto con il personale presente in azienda. Alcune di queste misure sono:

                  • la possibilità di far rimanere gli autisti a bordo dei mezzi di trasporto;
                  • divieto ai fornitori e ai trasportare di accedere agli uffici;
                  • il rispetto della distanza di sicurezza minima di un metro in fase di scarico e carico delle merci;
                  • le informazioni chiare e visibili sia all’entrata che all’uscita dall’azienda, anche attraverso la consegna di materiale informativo cartacee (nel rispetto della distanza minima);
                  • in caso di necessaria discesa dal mezzo di trasporto utilizzato, i trasportatori devono sostare solo il tempo necessario per svolgere le pratiche documentali relative all’accesso;
                  • la garanzia circa la fruizione di presidi di detergenza;
                  • il rispetto della regole di igiene delle mani e del non toccarsi bocca, occhi e naso;
                  • le regole di comportamento per il personale che deve gestire gli accessi di fornitori e trasportatori. In particolare devono dare indicazioni precise e far rispettare le regole, anche in caso di resistenza o rifiuto;

                  la predisposizione di servizi igienici dedicati, differenti da quelli utilizzati dal personale interno.

                  La modalità di entrata e uscita delle imprese in appalto

                  Il protocollo aziendale anti-contagio, infine, deve prevedere specifiche procedure anche con riferimento alle imprese in appalto che svolgono interventi lavorativi.

                  In particolare, è necessario:

                  • controllare la temperatura corporea all’entrata dell’azienda;
                  • vietare l’ingresso e la permanenza in azienda, specie de proveniente dalle zone a rischio o in caso di contatto, nei 14 giorni precedenti, con persone risultate positive al coronavirus;
                  • ordinare l’obbligo di rimanere al proprio domicilio, quando si presentano sintomi influenzali (temperatura oltre 37,5°, tosse e difficoltà respiratorie).

                  I due datori di lavoro (ditta appaltante e appaltatrice) devono collaborare e coordinarsi qualora dovessero verificare casi di contagio.

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                    Smart Working, le regole per la Sicurezza sul Lavoro

                    Smart Working, le regole per la Sicurezza sul Lavoro

                    L’emergenza sanitaria del coronavirus ha modificato le nostre abitudini, tra cui lo svolgimento della prestazione di lavoro. Sempre più aziende, infatti, stanno adottando la modalità dello Smart Working nella speranza di contrastare la diffusione del Covid-19.

                     

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                    Cos’è lo Smart Working?

                    Con il termine Smart Working si intende il “lavoro agile”, ossia una modalità che permette di svolgere la prestazione lavorativa in qualsiasi luogo senza precisi vincoli di orario e con l’utilizzo di strumenti tecnologici.

                    Uno dei vantaggi principali dello Smart Working è sicuramente quella di poter lavorare da casa e di non dover raggiungere il luogo di lavoro che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). A tutti i lavoratori agili va comunque garantita la parità di trattamento economico rispetto ai colleghi che continuano a lavorare secondo modalità ordinarie ed è prevista anche la tutela in caso di infortuni e malattie professionali.

                    Il ricorso al lavoro agile può avvenire:

                    • in presenza di accordo scritto;
                    • trasmettendo al lavoratore l’informativa scritta nella quale sono individuati tutti i rischi connessi alla particolare modalità dello Smart Working.

                    smart-working-sicurezza-sul-lavoro

                    Smart Working: l’informativa sulla sicurezza dei lavoratori

                    Il datore di lavoro, in qualità di garante della salute e della sicurezza del lavoratore, deve consegnare, ogni anno, sia al lavoratore che al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS), un’informativa scritta che riporta tutti i rischi, generali e specifici, connessi alla particolare modalità di Smart Working.

                    Il lavoratore agile è tenuto ad assume i seguenti comportamenti:

                    • collaborare ad attuare le misure di prevenzione predisposte per fronteggiare i rischi connessi allo Smart Working:
                    • evitare di assumere condotte che possano generare rischi per la propria salute e sicurezza o per quella di terze persone;
                    • individuare i luoghi di lavoro per l’esecuzione della prestazione lavorativa in Smart Working;

                    evitare luoghi, ambienti, situazioni e circostanze da cui possa derivare un pericolo per la propria salute e sicurezza o per quella dei terzi.

                    Smart Working in ambiente indoor e outdoor

                    Lo Smart Working può essere svolto sia in ambiente chiuso (indoor) sia all’aperto (outdoor). In ogni caso, occorre tener conto di alcuni aspetti. In particolare:

                    Per ambienti outdoor:

                    • bassa esposizione a radiazione solare ultravioletta;
                    • condizioni meteoclimatiche favorevoli;
                    • luoghi che consentano il facile raggiungimento da parte dei soccorsi;
                    • aree che non presentino sostanze combustibili o infiammabili;
                    • utilizzo di abbigliamento e protezioni adeguate (creme, antistaminici…);

                    Per ambienti indoor:

                    • adeguata illuminazione;
                    • adeguata disponibilità di servizi igienici e acqua potabile e presenza di impianti a norma;
                    • ricambio dell’aria naturale o con ventilazione meccanica;
                    • evitare di regolare la temperatura a livelli troppo alti o troppo bassi (a seconda della stagione) rispetto alla temperatura esterna;

                    evitare l’inalazione attiva e passiva del fumo di tabacco.

                    Smart Woking: come gestire conflitti interni?

                    Uno degli aspetti fondamentali riguarda la gestione di possibili conflitti interni che potrebbero scaturire dal lavoro agile, tra cui il problema di comunicazione. La particolare modalità dello Smart Working prevede, infatti, continui scambi di mail che possono causare fraintendimenti. A ciò si aggiunge la distanza, perché ogni dipendente lavora da casa. Per questo è importante il ruolo svolto dal personale delle risorse umane, il quale deve gestire al meglio la comunicazione interna, coltivare le relazioni e motivare i lavoratori.

                    Altri svantaggi sono legati alla diversa gestione dei tempi e degli spazi in cui poter lavorare. Spesso, infatti, si tratta di postazione condivise con i propri familiari e questo può essere fonte di tensione e stress. Appare utile, quindi, creare una chat per scambiare idee, attivare delle videoconferenze cadenzate in modo da favorire il clima aziendale e far sentire i lavoratori parte di una squadra.

                    Il potere di controllo del datore di lavoro

                    L’esercizio del potere di controllo del datore di lavoro sulla prestazione resa dal lavoratore in Smart Working può avvenire solo se ricorrono i seguenti giustificati motivi:

                    • esigenze organizzative e produttive;
                    • per la sicurezza del lavoro;
                    • per la tutela del patrimonio aziendale (cioè la strumentazione assegnata al lavoratore, i dati aziendali utilizzati per lo svolgimento della prestazione, i software aziendali, ecc.).

                    È opportuno, quindi, che il datore di lavoro stipuli un previo accordo con le rappresentanze sindacali unitarie o le rappresentanze sindacali aziendali oppure richiedA l’autorizzazione amministrativa rilasciata dalL’ ispettorato del lavoro.

                    In questo modo, il datore di lavoro, tramite di strumenti tecnologici (come ad esempio personal computer, tablet, smartphone, ecc.) può controllare lo Smart Worker e utilizzare le informazioni lecitamente raccolte per sanzionare, sul piano disciplinare, il lavoratore.

                    Il lavoratore, però, deve essere adeguatamente informato circa le modalità d’uso degli strumenti e dei controlli effettuati dal datore di lavoro, fermo restando il rispetto della sua privacy.

                    Gli obblighi del lavoratore

                    Il lavoratore agile ha precisi obblighi. In particolare:

                    • è responsabile per l’uso improprio dei dispositivi tecnologici che gli sono stati assegnati (personal computer, tablet, smartphone, ecc.);
                    • è responsabile in caso di violazione delle direttive aziendali circa le indicazioni sul corretto utilizzo degli strumenti informatici e tecnologici;
                    • è tenuto ad aver cura degli strumenti ricevuti dal datore di lavoro;
                    • è responsabile della riservatezza dei dati aziendali, cui può accedere mediante gli strumenti tecnologi che gli sono assegnati;
                    • deve garantire la riservatezza dell’azienda, conseguire gli obiettivi prefissati ed essere sempre disponibile e reperibile per il datore di lavoro, telefonicamente oppure in videoconferenza, negli orari di lavoro al fine di favorire la produzione aziendale;
                    • deve impedire che soggetti estranei possano avere accesso ai dati dell’azienda;

                    deve rispettare i limiti massimi di orario giornaliero e settimanale previsti dalla legge e dai contratti collettivi.

                    Smart Working: gli adempimenti amministrativi

                    Per attivare la modalità dello Smart Working, l’azienda deve trasmettere una comunicazione amministrativa al Ministero del Lavoro; analogamente, devono essere trasmesse eventuali modifiche e cessazioni dell’efficacia dell’accordo di lavoro agile.

                    Per accedere al portale è necessario possedere lo SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale). Nell’invio dell’accordo devono essere indicati;

                    • i dati del datore di lavoro;
                    • i dati del lavoratore;
                    • la tipologia di lavoro (tempo determinato o indeterminato);

                    la durata dello Smart Working.

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                      Rischio ATEX: la Valutazione del Rischio Esplosione negli Ambienti di Lavoro

                      Rischio ATEX: la Valutazione del Rischio Esplosione negli Ambienti di Lavoro

                      Cosa significa ATEX?

                      Con il termine ATEX si fa riferimento ad una direttiva europea che disciplina l’introduzione sul mercato di dispositivi e impianti a prova di esplosione.

                      Il termine ATEX è un’abbreviazione di “ATmosphères EXplosibles” e fa riferimento al rischio di esplosione che potrebbe essere causato, a determinate condizioni atmosferiche, da una miscela di aria e altre sostanza infiammabili (come gas, vapori, polveri, ecc.).
                       

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                      ATEX: qual è la normativa?

                      Per quanto riguardo il rischio esplosione dovuto ad atmosfere pericolose, la Commissione Europea ha adottato le seguenti direttive:

                      • la 2014/34/UE: rivolta ai costruttori di apparecchiature utilizzate in zone a rischio esplosione. La direttiva definisce gli standard di sicurezza di cui devono essere dotati i macchinari (per questo vige l’obbligo di certificazione);
                      • la 99/92/CE: rivolta agli utilizzatori di impianti e attrezzature certificate operanti in ambienti di lavoro dove è presente il rischio di atmosfere esplosive.

                      Va precisato che per introdurre sul mercato i dispositivi a cui fa riferimento la direttiva ATEX è necessario che gli stessi siano dotati di marcatura CE, di un manuale di istruzioni d’uso e di una dichiarazione di conformità. Solo in questo modo si garantisce il rispetto dei requisiti relativi alla sicurezza e alla salute.

                      Quando c’è il rischio di esplosione?

                      Affinché si verifichi un’esplosione devono coesistere nell’ambiente vari elementi:

                      • un comburente: come ad esempio l’aria che respiriamo, costituita da azoto e ossigeno;
                      • un combustibile: ad esempio gas, vernici, coloranti, resina, zolfo, ecc.;
                      • un punto d’infiammabilità o una sorgente di accensione.

                      Se la concentrazione di polveri è molto elevata, l’atmosfera diventa pericolosa in quanto l’aumento della temperatura o una semplice scintilla può causare un’esplosione.

                      Per questo motivo è indispensabile individuare il rischio di esplosione presente in un ambiente e applicare preventivamente un dispositivo di sicurezza e di protezione.

                      A seconda della velocità con cui si verifica, l’esplosione può essere:

                      • una deflagrazione: esplosione che si propaga a velocità subsonica (cioè inferiore alla velocità del suono);
                      • una denotazione: esplosione che si propaga a velocità supersonica (cioè superiore alla velocità del suono).

                      atex atmosfere esplosive

                      Quando l’atmosfera è esplosiva?

                      Si definisce “atmosfera esplosiva” una miscela di aria e di sostanze infiammabili allo stato di gas, vapori, nebbie o polveri in cui, a determinate condizioni atmosferiche, dopo l’accensione, la combustione si propaga all’insieme della miscela incombusta.

                      Potenzialmente soggette al rischio di esplosione sono le attività:

                      • alimentari: stoccaggio e lavorazione di cereali, farine, zucchero;
                      • industria tessile: filatura;
                      • falegnamerie, lavorazione del legno;
                      • industria chimica e petrolifera;
                      • industria farmaceutica;
                      • industria metallurgica;
                      • stoccaggi di carburante gassoso, liquido, solido. Depositi di gas naturale o di GPL;
                      • impianti di compressione o decompressione di gas combustibili;
                      • produzione e stoccaggio di vernici, smalti, coloranti;
                      • carrozzerie;
                      • distillerie, produzione di alcolici;
                      • produzione di profumi.

                      Obblighi del datore di lavoro

                      Al datore di lavoro spetta l’obbligo di adottare misure adeguate in base all’attività svolta. Per questo è fondamentale effettuare una valutazione dei rischi al fine di  prevenire ed evitare eventuali esplosioni nel rispetto della direttiva ATEX.

                      A tale scopo, il datore di lavoro deve elaborare un documento sulla protezione contro le esplosioni in cui:

                      • individuare e valutare i rischi di esplosione;
                      • adottare le misure adeguate;
                      • identificare i luoghi a rischio;
                      • indicare il corretto impiego e la manutenzione di luoghi, attrezzature e dispositivi di allarme;
                      • adottare gli accorgimenti necessari per un utilizzo sicuro delle attrezzature di lavoro.

                      Il documento deve essere aggiornato costantemente.

                      Quali sono gli strumenti ATEX?

                      I prodotti ATEX si dividono solitamente in quattro tipologie:

                      • attrezzature: motori elettrici, computer, freni meccanici, morsetti di messa a terra, torcia, orologeria, spine e prese, ecc.;
                      • dispositivi di protezione: estintori e pannelli di sfogo della pressione;
                      • componenti: cavi, condotti, tubi, parascintille, ecc.;
                      • dispositivi di sicurezza: per sovraccarico e aumento della temperatura, starter per dispositivi di protezione contro le esplosioni, ecc.;
                      • altri prodotti: cuffie, scope, porte, scale, ecc.

                      Come scegliere il materiale adatto?

                      Gli ambienti ATEX sono suddivisi in:

                      • zone 0, 1 o 2 per i gas;
                      • zone 20, 21 o 22 per le polveri.

                      I materiali si dividono in:

                      • gruppo I: per le miniere grisutose;
                      • gruppo II: per le industrie di superficie.

                      Quanto al primo gruppo (miniere) fanno parte le categorie M1 (apparecchi o sistemi di protezione che garantiscono un livello di protezione molto elevato) e M2 (livello di protezione elevato).

                      Quanto al gruppo II (industrie di superficie), ad ogni classificazione di zona ATEX è collegata una specifica categoria di apparecchiature identificate con i numeri 1, 2 o 3 e seguite dalla lettera G (Gas) o D (Dust). In pratica indicano apparecchi o sistemi che garantiscono livelli di protezione:

                      • molto elevati (categoria 1);
                      • elevati (categoria 2);
                      • normali (categoria 3).

                      La classificazione delle aree

                      Le aree ATEX vengono classificate principalmente in base alla presenza di gas e di polveri combustibili.

                      In merito alle zone con rischio di esplosione per la presenza di gas, nebbie o vapori infiammabili, vengono individuate:

                      • zona 0: l’atmosfera esplosiva è presente continuamente o per lunghi periodi;
                      • zona 1: è probabile la formazione di atmosfera esplosiva durante le normali attività;
                      • zona 2: non è probabile la formazione di atmosfera esplosiva durante le normali attività.

                      In merito alle zone con rischio di esplosione per la presenza di polveri combustibili (ad esempio, zucchero, latte in polvere, polveri di grano, cereali, ecc.) vengono individuate:

                      • zona 20: area in cui è presente un’atmosfera esplosiva, sotto forma di nube di polvere combustibile nell’aria, in continuazione, per lunghi periodi o frequentemente;
                      • zona 21: area in cui la formazione di un’atmosfera esplosiva, sotto forma di nube di polvere combustibile nell’aria, è probabile avvenga occasionalmente;
                      • zona 22: area in cui la formazione di un’atmosfera esplosiva, sotto forma di nube di polvere combustibile, non è probabile oppure avviene solo per brevi periodi.

                      È fondamentale che gli impianti delle zone 0-20 e 1-21 siano sottoposti a verifiche periodiche, ossia ogni due anni.

                      Va precisato. altresì, che le diverse sostanze possono infiammarsi a temperature differenti: più bassa è la temperatura d’infiammabilità e più la sostanza è pericolosa. Di conseguenza ogni apparecchiatura, utilizzata in un’atmosfera esplosiva, è classificata secondo la temperatura massima di superficie che genera.

                      Come classificare una zona ATEX?

                      Il procedimento per poter stabilire la pericolosità di un ambiente e le apparecchiature idonee che potranno essere utilizzate al suo interno prevede:

                      • studio delle sostanze trattate: ossia valutare le caratteristiche chimico-fisiche delle sostanze, la temperatura e le pressioni massime, le modalità con le quali vengono utilizzate, ecc.;
                      • studio ambientale: ipotizzare caratteristiche ventilazione dei locali e macchine, temperature e pressioni ambiente, ecc.;
                      • individuazione delle sorgenti di emissione: ovvero, studiare le modalità e la quantità con le quali le sostanze vengono emesse;
                      • classificazione del tipo di zona: sulla base dei risultati,  individuare il tipo, la forma e l’estensione delle zone pericolose.

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