Blog sulla Sicurezza sul Lavoro

Sicurezza Cantieri Stradali: le Procedure da Adottare

Sicurezza Cantieri Stradali: le Procedure da Adottare

Nell’ambito della Sicurezza Cantieri Stradali, la messa in opera e la gestione della segnaletica per l’allestimento di un cantiere stradale è molto importante per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori e di tutti coloro che transitano sul tratto di strada in cui si stanno svolgendo i lavori.
 

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La conoscenza dei rischi, la prevenzione, l’informazione e la formazione sono elementi fondamentali per evitare o perlomeno ridurre il numero di infortuni, come ad esempio l’investimento da macchine operatrici, ustioni, cadute, ecc. Quindi è importante che nei cantieri stradali la segnaletica sia sempre appropriata e posizionata correttamente.

Cos’è un Cantiere Stradale?

Quando si parla di “cantiere stradale” s’intende la presenza sulla strada di una qualsiasi anomalia e di ogni tipo di ostacolo per l’esecuzione di lavori del manto stradale, manutenzione o rifacimento della segnaletica, scavi, lavori di pulizia, ecc.

Se il cantiere stradale è organizzato ed è di grandi dimensioni è necessario redigere un Piano di Sicurezza e di Coordinamento (PSC) e nominare un tecnico competente per la gestione della sicurezza in cantiere.

Se, invece, il cantiere è “medio-piccolo”, allora è sufficiente predisporre un Piano Operativo di Sicurezza (POS) a cura dell’impresa esecutrice.

sicurezza cantieri stradali

Tipologie di Cantieri stradali

I cantieri stradali possono avere una durata:

  • fino a 2 giorni: in tal caso sono utilizzati segnali mobili come, ad esempio, i coni di delimitazione del cantiere;
  • compresa tra 2 e 7 giorni: prevedono l’utilizzo di segnali parzialmente fissi;
  • maggiore di 7 giorni: in quest’altra ipotesi devono essere utilizzati segnali fissi e segnaletica orizzontale di colore giallo.

Inoltre, i cantieri stradali possono essere:

  • fissi: nel senso che non vengono spostati durante almeno una mezza giornata e prevedono l’utilizzo di segnaletica di avvicinamento (segnale di “lavori” o “altri pericoli”, ecc.), di posizione (delineatori flessibili, paletti di delimitazione, ecc.) e di fine prescrizione;
  • mobili: vuol dire che si spostano in base all’avanzamento dei lavori. Il cantiere mobile è solitamente presente su strade con almeno due corsie per senso di marcia e deve essere dotato di segnaletica (di preavviso e protezione) visibile da almeno 300 metri che può essere posta su un veicolo di lavoro o su un carello trainato.

Segnaletica nel Cantiere Stradale

Per salvaguardare la sicurezza di tutti gli automobilisti e di tutti i lavoratori che operano sulla strada o nelle immediate vicinanze è di fondamentale importanza l’uso della segnaletica, il cui scopo è quello di informare gli utenti della prossimità dei lavori e di guidarli a tenere un comportamento adeguato alla situazione.

In sintesi, nei cantieri stradali i segnali devono essere:

  • percepibili e leggibili da tutti gli utenti sia di notte che di giorno;
  • uniformi e stabili;
  • chiari e comprensibili dagli utenti della strada al fine di escludere rallentamenti e/o direzioni sbagliate;
  • adattati alle diverse situazioni: cioè in base alla strada, al traffico, alle condizioni meteorologiche, ecc.;

Prima di posizionare la segnaletica temporanea è necessario oscurare tutti i cartelli stradali fissi in contrasto con quelli presenti sul tratto di strada interessato dai lavori. Una volta terminati gli interventi, la segnaletica stradale (verticale e orizzontale) deve essere correttamente ripristinata, quindi nuovamente visibile.

Durante lo svolgimento dei lavori, invece, la segnaletica stradale temporanea deve essere sempre presente, anche durante le pause lavorative.

Caratteristiche della Segnaletica

Nei cantieri stradali, la segnaletica temporanea presenta le seguenti caratteristiche:

  • colore: i cartelli verticali di pericolo e di indicazione per la segnaletica temporanea hanno il fondo giallo. Rientrano in questa categoria il cartello dei lavori, del doppio senso di circolazione, dei mezzi di lavoro in azione, ecc.;
  • dimensione: la segnaletica orizzontale e verticale temporanea deve avere le stesse dimensioni della segnaletica permanente;
  • rifrangenza: vuol dire che la segnaletica deve essere percepibile e leggibile di giorno e di notte;
  • supporti di sostegno: per la segnaletica devono essere utilizzati supporti, sostegni e basi mobili di tipo trasportabile e ripiegabile che assicurano la stabilità del segnale in qualsiasi condizione atmosferica.

Tipologie di Segnaletica

Di seguito le principali tipologie di segnaletica utilizzata per cantieri stradali:

  • delimitazione del cantiere: come barriere e paletti, coni, ecc.;
  • segnalamento del cantiere: i cantieri edili, gli scavi, i mezzi, devono essere segnalati con luci rosse fisse, dispositivi rifrangenti e segnali di prescrizione e indicazione;
  • segnali luminosi: in caso di scarsa visibilità è necessario utilizzare degli apparati luminosi come i dispositivi a luce rossa fissa o a luce gialla lampeggiante, le lanterne semaforiche;
  • segnali orizzontali: obbligatori se il cantiere ha una durata superiore a 7 giorni. Tipici segnali orizzontali sono le strisce longitudinali continue e discontinue per indicare la separazione dei sensi di marcia e le corsie oppure le strisce trasversali per indicare, ad esempio, il punto di arresto nei sensi unici alternati, le frecce direzionali, ecc.);
  • sicurezza dei pedoni: per tutelare le persone che possono transitare sulla strada è necessario delimitare il cantiere e i mezzi con recinzioni, barriere e parapetti e creare un corridoio di transito pedonale in assenza di marciapiede;
  • segnalamento dei veicoli: in pratica devono essere ben visibili i veicoli operativi, i macchinari e ai mezzi fermi o in movimento esposti al traffico;
  • senso unico alternato: nel caso in cui il cantiere comporti un restringimento di una carreggiata a doppio senso di marcia;
  • limitazione di velocità: la segnalazione che riguarda la velocità non è sempre necessaria visto che già il segnale “lavori” oppure “altri pericoli” impone agli utenti della strada di avere un comportamento prudente. Tuttavia, il segnale di riduzione della velocità deve essere uniforme e coerente.

Sicurezza nei Cantieri Stradali: la Formazione Obbligatoria

Gli addetti all’installazione e rimozione della segnaletica stradale devono seguire un percorso di formazione di durata diversa per operatori e preposti segnaletica stradale. In particolare, la legge prevede:

  • un corso per operatori: suddiviso in 3 moduli della durata complessiva di 8 ore;
  • un corso per preposti: suddiviso in 3 moduli della durata complessiva di 12 ore.

Entrambi i percorsi formativi prevedono una parte teorica e una parte pratica (cioè un addestramento durante il quale il corsista deve utilizzare la segnaletica verticale e orizzontale), oltre ad una verifica finale.

Il Documento Valutazione Rischi per i Cantieri stradali

Il datore di lavoro deve effettuare una valutazione dei rischi del cantiere stradale tenendo conto dei seguenti aspetti:

  • lavoratori impegnati nel cantiere;
  • persone e dei veicoli che transitano nei pressi del tratto stradale;
  • tipologia di strada;
  • possibili interazioni: con mezzi pubblici e/o privati, pedoni, esercizi commerciali, ecc.;
  • interferenze con la viabilità esistente e con l’ambiente attraversato.

I principali rischi da valutare in presenza di un cantiere stradale sono:

  • investimento dei lavoratori che prestano l’attività lavorativa nel cantiere o nelle immediate vicinanze;
  • investimento di persone estranee al cantiere (ad esempio i residenti, i passanti, clienti di esercizi commerciali ecc.);
  • la collisione con i veicoli in transito;
  • caduta all’interno dello scavo presente nel cantiere;
  • caduta di materiale dall’alto durante particolari fasi lavorative;

Sulla base della valutazione dei rischi (contenuta nel piano operativo per la sicurezza) il datore di lavoro deve predisporre adeguate misure di prevenzione e di protezione.

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    Sicurezza in Condominio, secondo il D.Lgs. 81/2008

    Sicurezza in Condominio, secondo il D.Lgs. 81/2008

    La Sicurezza in Condominio è un fattore che non può e non deve essere sottovalutato; infatti, all’interno di un complesso condominiale lavorano giardinieri, portinai, addetti alla pulizia e coloro che si occupano della manutenzione ordinaria e straordinaria dello stabile. L’insieme di tutte queste figure professionali trasforma il condominio in un vero e proprio luogo di lavoro in cui è necessario garantire la sicurezza sia dei residenti sia dei lavoratori.
     

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    Se nel condominio è presente la figura dell’amministratore condominiale, questi assumerà il ruolo di datore di lavoro e sarà tenuto ad osservare le norme in materia di sicurezza ed a redigere il documento di valutazione dei rischi (DVR) nel rispetto di quanto stabilito da D.lgs. 81/2008, oltre a cooperare con gli altri soggetti coinvolti, richiedere il piano operativo di sicurezza (POS) e nominare il coordinatore per la sicurezza (nel caso di più imprese coinvolte nei lavori).

    In caso di assenza dei controlli previsti per legge ed eventuali omissioni, la responsabilità ricadrà sull’amministratore.

    Se invece nel condominio non c’è la figura dell’amministratore è necessario designare un soggetto (un singolo condomino oppure una persona esterna) che ricopra il ruolo di datore di lavoro.

    Cos’è un condominio?

    Si parla di condominio quando un edificio è composto da più unità immobiliari di proprietà esclusiva di due o più persone e da parti comuni ad esse connesse.

    Possiamo distinguere:

    • il condominio minimo: cioè composto da due soli proprietari/condomini;
    • il condominio verticale e orizzontale: nel primo caso si ha il classico edificio a più piani, nel secondo caso, invece, si fa riferimento alle villette mono o bifamiliari con più servizi in comune (ad esempio, strade interne, illuminazione, ecc.);
    • il super condominio: composto da più edifici condominiali legati tra loro da beni e/o servizi comuni.

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    Quali sono le parti comuni?

    Secondo quanto stabilito dall’art. 1117 del Codice civile sono oggetto di proprietà comune dei proprietari delle singole unità immobiliari dell’edificio:

    1. «tutte le parti dell’edificio necessarie all’uso comune, come il suolo su cui sorge l’edificio, le fondazioni, i muri maestri, i pilastri e le travi portanti, i tetti e i lastrici solari, le scale, i portoni di ingresso, i vestiboli, gli anditi, i portici, i cortili e le facciate;
    2. le aree destinate a parcheggio nonché i locali per i servizi in comune, come la portineria, incluso l’alloggio del portiere, la lavanderia, gli stenditoi e i sottotetti destinati, per le caratteristiche strutturali e funzionali, all’uso comune;
    3. le opere, le installazioni, i manufatti di qualunque genere destinati all’uso comune, come gli ascensori, i pozzi, le cisterne, gli impianti idrici e fognari, i sistemi centralizzati di distribuzione e di trasmissione per il gas, per l’energia elettrica, per il riscaldamento ed il condizionamento dell’aria, per la ricezione radiotelevisiva e per l’accesso a qualunque altro genere di flusso informativo, anche da satellite o via cavo, e i relativi collegamenti fino al punto di diramazione ai locali di proprietà individuale dei singoli condomini, ovvero, in caso di impianti unitari, fino al punto di utenza, salvo quanto disposto dalle normative di settore in materia di reti pubbliche».

    Scopi della Sicurezza in Condominio

    La sicurezza in condominio ha lo scopo di tutelare coloro che operano all’interno degli stabili. Come già detto, se nell’edificio lavorano il giardiniere, il portiere, il personale addetto alle pulizie, ecc., l’amministratore di condominio assumerà il ruolo di datore di lavoro. In tal caso, nel rispetto delle previsioni di cui agli artt. 17, 28, 29 del D.lgs. 81/2008, è fondamentale:

    • curare la formazione del personale dipendente;
    • individuare le misure per la sicurezza delle parti comuni dello stabile;
    • individuare e segnalare gli interventi che devono essere eseguiti per eliminare, ridurre o controllare rischi e pericoli presenti per i lavoratori e nelle parti comuni dell’edificio;
    • valutare il rischio di esposizione a fibre di amianto e a fibre di vetro;
    • valutare eventuali adeguamenti degli impianti tecnici condominiali
    • prevenire gli incendi per specifiche attività.

    Sicurezza nel Condominio e Obblighi dell’Amministratore

    L’amministratore condominiale è una figura importante in quanto deve garantire la sicurezza di tutte le persone che hanno accesso alle parti comuni dello stabile. Per tale ragione, se il condominio è gestito da un amministratore, allora quest’ultimo ha l’obbligo di:

    • effettuare adeguati controlli, come ad esempio la conformità degli impianti elettrici e a gas delle parti comuni, la manutenzione della canna fumaria condominiale, ecc.;
    • osservare le misure di sicurezza antincendio e richiedere il rilascio del certificato di prevenzione incendi (CPI) quando previsto dal DPR 151/11 ad esempio in caso di Edifici civili aventi altezza antincendi maggiore di 24 metri.
    • segnalare l’eventuale urgenza dei lavori da compiere. Nel caso in cui, una volta evidenziata la necessità di intervento, l’assemblea decidesse di non procedere, l’amministratore non potrà essere ritenuto responsabile per eventuali infortuni;
    • se nel condominio lavorano figure professionali esterne come l’impresa di pulizia, il giardiniere, il tecnico per la manutenzione, il portiere, il vigilante, ecc. l’amministratore di condominio, in qualità di datore di lavoro, deve effettuare la valutazione dei rischi a cui sono esposti i lavoratori, redigere il documento valutazione rischi (DVR), nominare un Responsabile del Servizio Prevenzione e protezione (RSPP) e un medico competente, oltre a redigere il documento valutazione rischi (DVR).

    Invece, se ci si affida a un lavoratore autonomo oppure ad un’impresa appaltatrice, l’amministratore deve:

    • cooperare con gli altri soggetti coinvolti per coordinare le attività e gli interventi di protezione e prevenzione dei rischi;
    • verificare l’idoneità tecnico-professionale del fornitore scelto;
    • richiedere il piano operativo di sicurezza (POS);
    • nominare il coordinatore per la sicurezza (CSP/CSE), nel caso di più imprese coinvolte;
    • verificare che vengano rispettate tutte le norme di sicurezza.

    In ogni caso, l’amministratore sarà ritenuto responsabile per l’assenza dei controlli previsti per legge ed eventuali omissioni.

    Cosa fare se manca l’Amministratore Condominiale

    Se invece nel condominio non c’è la figura dell’amministratore (perché il numero dei condomini è pari o inferiore a otto), occorrerà nominare un soggetto (un singolo condomino oppure una persona esterna) che ricopra il ruolo di datore di lavoro, il quale, nel rispetto del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, avrà il compito di:

    • coordinare le attività di imprese e lavoratori che prestano servizio nei confronti del condominio;
    • organizzare i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria delle parti comuni.

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      Sanificare gli Ambienti di Lavoro: come farlo e quali prodotti usare

      Sanificare gli Ambienti di Lavoro: come farlo e quali prodotti usare

      Sanificare gli Ambienti di Lavoro è diventato indispensabile, in seguito alla diffusione dell’epidemia da Covid-19. Infatti, ha imposto a tutti i datori di lavoro di adottare una serie di misure volte a garantire la pulizia e la sanificazione di superfici e ambienti interni per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori, degli addetti alla pulizia e di tutte le persone che hanno accesso nei locali di lavoro.

      Si tratta di un’igiene profonda che va oltre la pulizia ordinaria e che deve essere effettuata con prodotti mirati e non tossici (riconosciuti dal Ministero della Salute).
       

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      Prima di procedere con la sanificazione degli ambienti di lavoro occorre effettuare un’accurata pulizia ed una valutazione sia dei prodotti sia delle procedure da utilizzare. Ogni tecnica, infatti, ha i suoi pro e contro, quindi è bene ponderare bene ed affidarsi esclusivamente a personale esperto.

      Tuttavia, mentre la pulizia deve essere giornaliera, la sanificazione deve avere carattere di periodicità nel pieno rispetto del protocollo anti-contagio e secondo quanto stabilito dal datore di lavoro. Il dipendente, invece, può essere tenuto alla pulizia della propria postazione e attrezzatura di lavoro a fine giornata. L’importante è che prima di procedere abbia ricevuto un’adeguata formazione e informazione (in particolare sulla normativa a tutela della salute e sicurezza sul lavoro), i prodotti giusti per la pulizia e idonei dispositivi di protezione individuale (DPI).

      Cos’è la Sanificazione?

      Allo scopo di contenere la diffusione del virus da Covid-19 negli ambienti di lavoro e nei luoghi frequentati dai dipendenti, dai fornitori e dai clienti sono fondamentali due attività:

      • una pulizia giornaliera;
      • una sanificazione periodica delle superfici e degli ambienti interni.

      La trasmissione del Coronavirus, infatti, avviene tramite le goccioline che si producono quando si respira, si parla, si tossisce e si starnutisce. Le goccioline possono depositarsi anche sugli oggetti e sulle superfici per parecchio tempo, per tale ragione è importante eliminare virus e agenti contaminanti con un’accurata attività di sanificazione.

      Il D.M. 7, n. 274/1997 definisce le attività di sanificazione come un “complesso di procedimenti e operazioni atti a rendere sani determinati ambienti mediante l’attività di pulizia e/o di disinfezione e/o di disinfestazione ovvero mediante il controllo e il miglioramento delle condizioni del microclima per quanto riguarda la temperatura, l’umidità e la ventilazione ovvero per quanto riguarda l’illuminazione e il rumore”.

      sanificazione ambienti di lavoro

      Quindi, la sanificazione comprende una serie di attività (come la rimozione dello sporco, la detersione, la disinfezione e l’aerazione) messe in atto per eliminare batteri e agenti contaminanti e contribuire a mantenere una buona qualità dell’aria negli ambienti.

      Perciò, la sanificazione si distingue:

      • dalla pulizia: semplice rimozione di polvere e sporco da oggetti, superfici e ambienti utilizzando acqua e sostanze detergenti;
      • dalla disinfezione: attività che distrugge i microrganismi patogeni su tutte le superfici utilizzando prodotti disinfettanti di natura chimica o tramite l’uso di macchine al vapore. Prima di eseguire la disinfezione si consiglia di provvedere sempre alla pulizia.

      Vantaggi della Sanificazione

      La sanificazione in un luogo di lavoro produce i seguenti vantaggi:

      • riduce la quantità di batteri e i virus;
      • elimina muffe e funghi, cattivi odori e allergeni;
      • abbatte gli inquinanti chimici e biologici;
      • migliora la qualità dell’aria e dell’attività produttiva.

      A chi rivolgersi per Sanificare gli Ambienti di Lavoro?

      Se in azienda è necessario procedere con una semplice pulizia o igienizzazione, allora basta rivolgersi ad un’impresa di pulizia. La sanificazione, invece, deve essere effettuata da professionisti seri, competenti ed esperti nel settore in quanto si tratta di un’attività che richiede l’uso di attrezzature e prodotti specifici. Si consiglia di affidarsi solo ad imprese che abbiano conseguito i titoli necessari per effettuare questo tipo di attività e siano dotate del codice Ateco di servizi di disinfezione.

      In ogni caso, chi si appresta a sanificare il locale autonomamente, cioè senza rivolgersi a ditte esterne, deve valutare gli eventuali rischi e assicurare che i lavoratori addetti abbiano ricevuto un’adeguata formazione/informazione per quanto riguarda l’impiego sia dei dispositivi di protezione individuale sia dei prodotti specifici.

      Cosa fare prima della Sanificazione?

      Prima di procedere con la sanificazione è opportuno:

      • pulire superfici, oggetti, ecc. con acqua e detergenti neutri. In questo modo, si riduce la quantità del virus eventualmente presente e quindi il rischio di contagio;
      • disinfettare solo con prodotti ad azione virucida (classificati come PMC o come biocidi) autorizzati dal Ministero della Salute secondo la normativa vigente;
      • garantire sempre un adeguato tasso di ventilazione e ricambio dell’aria.

      Prodotti da usare per la Sanificazione

      Per una corretta sanificazione è importante utilizzare prodotti adatti, registrati e autorizzati come quelli disinfettanti ad azione virucida (PMC o biocidi) preventivamente valutati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e autorizzati dal Ministero della Salute. Si tratta di prodotti che contengono dei principi in grado distruggere, eliminare e rendere innocuo qualsiasi organismo nocivo. Pertanto, è bene prestare molta attenzione alle etichette riportate sui prodotti (deve esserci la dicitura “igienizzanti per gli ambienti” o “igienizzanti per la cute”) ed ai tempi di contatto da rispettare per ottenere una efficace azione disinfettante.

      In sintesi, le regole da rispettare sono le seguenti:

      • leggere sempre le avvertenze riportate in etichetta;
      • non miscelare prodotti diversi tra loro perché si potrebbero generare sostanze molto pericolose per la salute;
      • indossare i dispositivi di protezione individuale (DPI).

      Igiene in Azienda: il nuovo protocollo aggiornato

      In data 6 aprile 2021 è stato sottoscritto un nuovo protocollo anti-contagio di aggiornamento delle misure per il contrasto e la diffusione del Coronavirus negli ambienti di lavoro. Tra le varie misure è dedicata particolare attenzione all’attività di pulizia e sanificazione nelle aziende. Più precisamente, il protocollo fissa i seguenti punti:

      • garantire la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali, degli ambienti, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni e di svago;
      • se all’interno dei locali aziendali è presente una persona affetta da Covid-19 si procede con la pulizia e la sanificazione dell’intera area e alla ventilazione dei locali;
      • a fine turno occorre procedure con la pulizia periodica di tastiere, schermi touch e mouse con adeguati detergenti, sia negli uffici, che nei reparti produttivi;
      • l’azienda può organizzare periodicamente degli interventi di pulizia;
      • nelle aziende in cui si sono registrati casi sospetti di Covid-19 oltre alla pulizia è necessario prevedere, alla riapertura, una sanificazione straordinaria degli ambienti, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni.

      Sanificazione: la corretta gestione dei rifiuti

      Una volta terminato il trattamento di sanificazione è necessario smaltire correttamente i rifiuti prodotti (come, ad esempio, mascherine, guanti monouso, camici a manica lunga monouso, ecc.) come “rifiuti pericolosi”.

      Pertanto occorre adottare una serie di precauzioni e riporre i rifiuti all’interno di appositi imballaggi resistenti recanti la scritta «Rifiuti pericolosi a rischio infettivo» con il simbolo del rischio biologico.

      La tenuta del Registro di Sanificazione

      Le aziende devono riportare su un registro aggiornato tutti gli interventi di pulizia e sanificazione che effettuano periodicamente, specificando anche la tipologia di prodotti utilizzati.

      La Sanificazione Straordinaria

      La sanificazione straordinaria è prevista in caso di:

      • aree ad alto rischio endemico;
      • riapertura di attività dopo episodi di Coronavirus;
      • attività che registrano episodi di Coronavirus dopo la riapertura.

      Come si effettua la Sanificazione?

      La sanificazione degli ambienti di lavoro richiede l’utilizzo di prodotti specifici che contengono:

      • ipoclorito di sodio: contenuto nella comune candeggina o varechina, che si trova in commercio in flaconi diluita al 5 o 10%;
      • etanolo o alcol etilico;
      • perossido di idrogeno: anche conosciuto con il nome di acqua ossigenata.

      Le tecniche di sanificazione possono prevedere l’uso degli ultravioletti UVC o dell’ozono. In particolare, l’ozono è un gas naturale dal forte potere disinfettante su batteri, virus, muffe, funghi ed acari. La sanificazione con ozono:

      • è riconosciuta dal Ministero della Sanità come presidio naturale per la sterilizzazione di ambienti;
      • non lascia nessun residuo;
      • non usa disinfettanti e detergenti chimici;
      • ha una durata di 30 minuti ogni 100mq.

      Ovviamente, prima di procedure con la sanificazione a base di ozono, l’ambiente viene evacuato in quanto si tratta di un gas naturale che, seppur utilizzato in minime quantità, potrebbe provocare danni alle vie respiratorie.

      In ogni caso, qualsiasi procedura di sanificazione ha i suoi vantaggi e svantaggi. Per tale ragione, è necessario ponderare bene la tecnica da utilizzare e affidarsi solamente a professionisti esperti del settore.

      La Sanificazione Periodica

      Fermo restando l’obbligo nelle aziende in cui si sono registrati casi di Covid-19 di eseguire una sanificazione straordinaria alla riapertura, le successive sanificazioni dovranno svolgersi periodicamente secondo quanto stabilito dal datore di lavoro in relazione alle caratteristiche ed agli utilizzi dei locali, previa consultazione del medico competente e del Responsabile di servizio di prevenzione e protezione, dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territorialmente competenti.

      Quindi è il datore di lavoro – nella propria valutazione dei rischi – a decidere ogni quanto tempo procedere con l’attività di sanificazione dei vari locali. Il dipendente può essere chiamato alla pulizia della propria postazione e attrezzatura di lavoro a fine giornata, ma come già detto deve essere prima formato e informato (sulla normativa a tutela della salute e sicurezza sul lavoro) e deve essere dotato di prodotti e dispositivi di protezione individuale idonei.

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        Registro degli Esposti: che cos’è e quando serve

        Registro degli Esposti: che cos'è e quando serve

        Il Registro degli Esposti è necessario nel caso in cui nell’azienda siano presenti dei lavoratori esposti al rischio derivante da agenti cancerogeni, mutageni, ecc. Infatti, in questo caso è necessario iscrivere i loro nominativi in questo apposito registro da trasmettere all’INAIL con tutte le informazioni (valori di esposizione, attività svolta, ecc.)

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        Tale adempimento è previsto da specifiche norme di legge, sia a livello nazionale che europeo, ed è finalizzato a tutelare i lavoratori, in quanto l’esposizione prolungata può provocare seri danni alla salute. L’INAIL, infatti, svolge le seguenti funzioni:

        • sorveglianza epidemiologica dei tumori occupazionali: attraverso un sistema di monitoraggio dei rischi da esposizione e delle patologie neoplastiche correlate;
        • raccolta dei dati trasmessi dai datori di lavoro e gestione dei flussi informativi per lo svolgimento delle attività di ricerca epidemiologica.
        Il tema dell’esposizione ad agenti cancerogeni e mutageni in ambito professionale e delle conseguenze sulla salute dei lavoratori è molto complesso per le seguenti ragioni:

        • il periodo di tempo tra l’esposizione e l’insorgenza dei sintomi è molto lungo;
        • non è semplice isolare il rischio professionale;
        • è difficile fare anamnesi mediche accurate.

        Quindi, ogni lavoratore esposto al rischio deve essere denunciato alle autorità competenti, cioè all’INAIL e all’ASL, in modo da tracciare l’esposizione anche quando si passa da un’azienda all’altra.

        rimozione amianto

        A partire dal 2017 è disponibile il servizio telematico del registro delle esposizioni, quindi i dati relativi ai lavoratori devono essere inviati solamente online attraverso la procedura dedicata sul portare dell’Istituto utilizzando apposti modelli.

        Il registro degli esposti deve essere aggiornato ogni tre anni dall’ultima valutazione e ogni qualvolta si verifichino delle modifiche sostanziali nel processo produttivo.

        Naturalmente, prima di compilare il registro, il datore di lavoro deve effettuare un’accurata valutazione del rischio per accertare, in particolare, il grado di esposizione, gli agenti cancerogeni e le possibili misure di prevenzione e protezione da adottare per la salute dei lavoratori.

        Cos’è il registro degli esposti?

        Il registro degli esposti è un documento il cui scopo è quello di tracciare le esposizioni subite dal lavoratore nel luogo di lavoro, anche nel passaggio tra aziende diverse. Nel registro devono essere riportati i seguenti dati:

        • l’attività svolta dai lavoratori;
        • i lavoratori esposti;
        • i dati relativi agli agenti cancerogeni o mutageni utilizzati;
        • il valore dell’esposizione a tali agenti in termini di intensità, frequenza e durata.

        Sia il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP) sia il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) hanno accesso al registro.

        La registrazione dell’esposizione ad agenti cancerogeni è un importante strumento di prevenzione e non un semplice adempimento formale. A tal riguardo è importante anche il ruolo svolto dalle ASL, sia in termini di informazione e assistenza che di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi di legge e sulla corretta applicazione delle misure di prevenzione.

        Inoltre, va menzionato il Decreto del Ministero della Salute n. 155/2007 che prevede l’istituzione del Registro di Esposizione ad Agenti Cancerogeni e Mutageni, inclusi i modelli e le modalità di tenuta e di trasmissione dei dati.

        A livello europeo, invece, possiamo citare la Direttiva 2017/2398 (attuata in Italia con il Decreto legislativo 1° giugno 2020, n. 44) e la Direttiva (UE) 2019/130 che introducono nuovi limiti di esposizione per quanto riguarda determinate sostanze.

        Perché è importante?

        Come già detto, la tenuta del registro degli esposti è fondamentale per salvaguardare la salute dei lavoratori. Solo in questo modo è possibile acquisite una maggiore consapevolezza verso i rischi correlati alle attività svolte e capire le misure di prevenzione da adottare.

        Inoltre, la corretta gestione del registro degli esposti consente alle ASL territorialmente competenti di pianificare l’attività di vigilanza, la formazione e l’aggiornamento delle varie figure professionali.

        Infine, la raccolta dei dati dei lavoratori serve, da un lato, a fare una stima della pericolosità delle esposizioni ad agenti cancerogeni e mutageni e, dall’altro lato, a capire quali misure preventive adottare.

        Tuttavia, l’iscrizione di un lavoratore nel registro degli esposti dovrebbe intendersi temporanea in quanto l’unico obiettivo da perseguire è quello di eliminare o quanto meno ridurre al minimo il rischio di esposizione per tutelare la salute dei lavoratori.

        Gli obblighi del datore di lavoro

        Secondo la normativa attualmente in vigore, il datore di lavoro deve:

        • compilare Il registro degli esposti con la collaborazione del medico competente. È possibile delegare altre figure alla redazione del registro, ma la responsabilità rimane sempre del datore di lavoro;
        • trasmettere all’INAIL e all’organo di vigilanza territorialmente competente una copia dei registri di esposizione (e delle variazioni eventualmente intervenute) ogni tre anni e tutte le volte che l’Istituto ne faccia richiesta;
        • comunicare all’INAIL la cessazione del rapporto di lavoro: in tal caso, occorre inviare le annotazioni individuali e la cartella sanitaria dandone una copia anche al lavoratore;
        • consegnare all’INAIL il registro e le cartelle sanitarie dei lavoratori in caso di cessazione dell’attività dell’impresa (entro il termine di 30 giorni);
        • richiedere le annotazioni in caso di assunzione dei lavoratori già esposti al rischio di agenti cancerogeni in altre aziende;
        • mantenere il segreto professionale e la riservatezza dei dati contenuti nei registri di esposizione e nelle cartelle sanitarie.

        Modelli da utilizzare per il Registro degli esposti

        I modelli di tenuta del registro sono stati definiti dal D.M. n. 155/2007 e sono i seguenti:

        • Modello C626/1: deve riportare le informazioni generali come i dati anagrafici del datore di lavoro, la sintesi delle principali caratteristiche dell’azienda (attività produttiva, agente utilizzato, addetti, ecc.);
        • Modello C626/2: deve riportare sostanzialmente i dati relativi ai lavoratori esposti al rischio, quindi tutte le informazioni riguardanti i dati anagrafici, l’attività svolta, l’agente utilizzato, l’intensità, la frequenza e la durata dell’esposizione. È prevista una pagina per ogni singolo lavoratore;
        • Modello C626/3: utilizzato per comunicare tutte le variazioni intervenute nelle informazioni che caratterizzano l’azienda (ad esempio, modifica della Ragione Sociale, dell’attività produttiva, della sede territoriale, ecc.);
        • Modello C626/4: (qualora il lavoratore non ne sia in possesso): da utilizzare per richiedere una copia delle “annotazioni individuali” in caso di assunzione di lavoratori che in precedenza sono stati esposti ad agenti cancerogeni presso altra azienda.

        Modalità di trasmissione del Registro

        A partire dal 2017, la trasmissione dei dati contenuti nei registri di esposizione deve avvenire esclusivamente in modalità telematica, attraverso un servizio informatizzato SINP (il Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione) accessibile inserendo le proprie credenziali tramite il sito online del portale istituzionale www.inail.it.
        Con l’introduzione del “Registro online” le informazioni contenute sono immediatamente disponibili oltre che all’INAIL anche ai Servizi di prevenzione delle Asl territoriali.

        Tempo di conservazione dei dati

        I documenti sanitari contenenti i dati dei lavoratori devono essere conservati per un periodo di quarant’anni dalla cessazione dell’esposizione.

        L’importanza della valutazione del rischio

        Secondo la normativa attuale, il datore di lavoro ha il compito di effettuare una valutazione dell’esposizione agli agenti cancerogeni o mutageni e, in base ai risultati ottenuti, predisporre le misure di prevenzione e protezione da adottare anche in base alle diverse situazioni lavorative.

        Pertanto, il Documento Valutazioni Rischi (DVR) deve riportare:

        • le attività lavorative che comportano la presenza di sostanze cancerogene e l’indicazione dei motivi per i quali sono utilizzate;
        • i quantitativi di sostanze cancerogene o mutagene prodotte o utilizzate;
        • il numero dei lavoratori esposti agli agenti cancerogeni;
        • il grado di esposizione agli agenti cancerogeni e /o mutageni;
        • le misure preventive e protettive e il tipo di dispositivi di protezione individuali utilizzati (DPI)
        • l’indagine svolta per accertare la possibilità di sostituire gli agenti cancerogeni.

        Qualora la valutazione abbia evidenziato un rischio per la salute, in quanto il valore di esposizione supera quello previsto per la popolazione generale, i lavoratori esposti devono sottoporsi a sorveglianza sanitaria. Quindi il datore di lavoro, su parere del medico competente, deve adottare tutte le misure necessarie per i singoli lavoratori (compreso l’allontanamento dal luogo di lavoro) sulla base degli esami clinici e biologici effettuati e provvedere all’iscrizione dei nominativi nel registro degli esposti.

        Quando deve essere aggiornato il Registro degli esposti?

        Come già spiegato, la compilazione del registro spetta al datore di lavoro i cui dipendenti siano esposti ad agenti cancerogeni, chimici o mutageni che possono causare un rischio per la salute.

        La trasmissione dei dati all’INAIL deve avvenire esclusivamente online attraverso il portale dedicato.

        Il registro degli esposti deve essere aggiornato ogni tre anni dall’ultima valutazione e ogni qualvolta si verifichino delle modifiche sostanziali nel processo produttivo (da comunicare all’INAIL e all’organo di vigilanza competente per territorio).

        Procedura per le modifiche al Registro

        Eventuali modifiche del ciclo produttivo o le variazioni dell’esposizione devono essere annotate nel registro e comunicate all’INAIL (solo le pagine contenenti le modifiche intervenute).

        Ogni correzione o rettifica delle informazioni deve mantenere traccia delle informazioni pregresse e qualora fosse necessario stampare un nuovo foglio per le informazioni individuali (modello C 626/2), tale foglio deve essere allegato alla fine del registro.

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          Impatto Acustico: che cos’è e come si misura

          Impatto Acustico: che cos'è e come si misura

          L’Impatto Acustico è una conseguenza dell’inquinamento acustico, ovvero dall’introduzione di rumore nell’ambiente. Detto rumore può generare fastidio, disturbo o comunque un pericolo per la salute dell’uomo.

          Pertanto, prima di costruire un’opera oppure ampliarne una giù esistente è obbligatorio accertare, da un lato, la quantità e l’intensità di rumore in una specifica zona e, dall’altro lato, l’impatto sonoro della nuova costruzione rispetto alla situazione di partenza. Entrambe le valutazioni richiedono specifiche misurazioni che possono essere effettuate solamente da tecnici specializzati nel settore dell’acustica ambientale.
           

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          Nel caso di opere già esistenti, la valutazione di impatto acustico si basa su test specifici che suggeriscono gli interventi di bonifica da effettuare per essere in regola con le normative urbanistiche. La relazione deve riportare in particolare i risultati dei test e le possibili misure da impiegare per mitigare la produzione di rumore come l’inserimento di pannelli fonoasserbenti e fonoisolanti, la creazione di cabine insonorizzate e ogni altro intervento indispensabile per isolare l’impatto acustico, la cui incidenza, ovviamente, varia a seconda che si tratti di edifici abitativi o aziende.

          La normativa sull’Inquinamento Acustico

          La normativa di riferimento in materia di inquinamento acustico è rappresentata dalla Legge n. 447 del 26 ottobre 1995, (composta da 17 articoli) che definisce il fenomeno in questione come:
          “introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno, tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane, pericolo per la salute umana, deterioramento degli ecosistemi, dei beni materiali, dei monumenti, dell’ambiente abitativo o dell’ambiente esterno o tale da interferire con le legittime fruizioni degli ambienti stessi”.

          impatto acustico

          Nel 2017, inoltre, sono entrati in vigore due decreti con lo scopo di:

          • unificare la politica nazionale con quella della Comunità Europea;
          • prevedere la formazione di tecnici competenti in acustica;
          • armonizzazione la normativa relativa alla gestione del rumore ambientale;
          • proteggere da eventuali sanzioni gli italiani che utilizzano macchinari rumorosi, importati da un paese extra dell’Unione Europea e perciò sprovvisti del marchio CE.

          Cos’è l’Impatto Acustico?

          L’impatto acustico è un tipo di inquinamento causato dalla presenza di suoni e rumori ad alta intensità, tanto da recare disturbo e un pericolo sia per la salute sia per l’ambiente circostante.

          Le fonti che generano un impatto acustico possono essere diverse: mezzi di trasporto, cantieri, industrie, aeroporti, strade e autostrade, elettrodomestici accesi, televisori ad un volume troppo alto, ecc.
          Si tratta quindi di un tipo di inquinamento da tenere sotto controllo per limitare oppure evitare eventuali danni.

          Secondo la normativa attualmente in vigore, la creazione di un insediamento produttivo oppure di una infrastruttura richiedono una valutazione specifica onde verificare il tipo di emissioni sonore provocate dall’attività in questione. Se infatti si superano i limiti previsti dalla legge, allora devono essere adottate tutte le precauzioni necessarie.

          A tal proposito, è utile effettuare delle misurazioni tramite i cosiddetti fonometri, in grado di rilevare la quantità di pressione acustica.

          Valutazione Impatto Acustico: che cos’è?

          La valutazione impatto acustico identifica l’impatto sonoro generato da un’opera edilizia rispetto alla situazione di partenza. Tale valutazione può essere:

          • previsionale, cioè fatta prima di procedere con la costruzione di un’infrastruttura analizzando due periodi (diurno e notturno) e tenendo anche conto della presenza di eventuali interventi di mitigazione della rumorosità;
          • effettuata direttamente su un’opera già esistente, ossia quando la sorgente che genera rumore è già presente.

          Quando è necessaria la Valutazione Impatto Acustico?

          Generalmente la valutazione di impatto acustico è richiesta prima di procedere con la costruzione delle seguenti opere:

          • aeroporti, aviosuperfici, eliporti;
          • strade di tipo A (autostrade), B (strade extraurbane principali), C (strade extraurbane secondarie), D (strade urbane di scorrimento), E (strade urbane di quartiere) e F (strade locali);
          • discoteche;
          • circoli privati e pubblici esercizi ove sono installati macchinari o impianti rumorosi;
          • impianti sportivi e ricreativi;
          • ferrovie e altri sistemi di trasporto collettivo su rotaia.

          La valutazione, invece, non sarà necessaria per tutte quelle attività produttive, commerciali e professionali per le quali il rischio di inquinamento acustico è pressoché nullo, come ad esempio gli uffici professionali, gli studi medici, gli ospedali, i negozi di informatica, i centri estetici, le macellerie, gli orefici, ecc.

          Redazione della Valutazione impatto acustico

          La documentazione di valutazione dell’impatto acustico deve essere redatta da un tecnico specializzato in acustica ed abilitato ad effettuare tale tipo di analisi.

          Per eseguire la valutazione di impatto acustico all’esterno, il tecnico dovrà fare le misurazioni in prossimità di coloro che potrebbero potenzialmente essere disturbati dal rumore, accertando il rispetto del valore previsto dalla normativa. Invece, la misurazione del rumore in ambiente interno viene eseguita con un microfono posizionato a 1,5 metri dal pavimento e ad almeno un metro dalle superfici riflettenti e con le finestre aperte.

          La documentazione deve contenere le caratteristiche generali delle sorgenti sonore e la descrizione dei luoghi, in particolare:

          • la descrizione delle condizioni meteorologiche;
          • la tipologia d’attività (settore chimico, tessile, ecc.);
          • l’area sulla quale insiste l’impianto e le aree limitrofe;
          • una o più planimetrie in scala dei luoghi interessati dal rumore emesso dall’impianto;
          • la descrizione dei cicli tecnologici e delle apparecchiature con riferimento alle sorgenti di rumore presenti;
          • luogo, ora e data del rilevamento.

          Inoltre, se dalla valutazione dovesse risultare un superamento dei limiti previsti dalla normativa vigente, la documentazione dovrà riportare anche le misure di intervento per mitigare il rumore e gli interventi di bonifica acustica. Quindi sarà opportuno fornire anche le seguenti informazioni:

          1. le motivazioni tecniche che hanno portato all’individuazione degli interventi;
          2. la descrizione tecnica dei singoli interventi di bonifica;
          3. l’indicazione del termine temporale entro il quale devono essere adottati i singoli interventi di risanamento acustico.

          A chi presentare la Valutazione di impatto acustico?

          La valutazione di impatto acustico deve essere presentata agli enti preposti alle autorizzazioni urbanistiche (normalmente si tratta del Comune in cui è situata la struttura), unitamente al progetto che si intende effettuare oppure alla documentazione per ottenere le licenze per una determinata attività produttiva.

          Differenze tra la Valutazione Previsionale Impatto acustico e il Clima Acustico

          La Valutazione Previsionale di Clima Acustico e la Valutazione Previsionale di Impatto Acustico sono due documenti molto diversi, ma spesso vengono confusi.

          La Valutazione Previsionale Clima Acustico serve ad accertare la quantità e l’intensità di rumore in una specifica zona prima della realizzazione di determinate opere edilizie. Tale valutazione è obbligatoria per la realizzazione delle seguenti opere:

          • scuole;
          • asili nido;
          • ospedali, case di cura e di riposo;
          • parchi pubblici urbani ed extraurbani;
          • abitazioni posti nelle vicinanze di opere particolarmente rumorose.

          La Valutazione Previsionale di Impatto Acustico serve, invece, a identificare l’impatto sonoro che potrà avere la nuova costruzione rispetto alla situazione iniziale.

          Entrambe le valutazioni devono essere effettuate da un tecnico competente in acustica ambientale grazie alle misure fonometriche che permettono di registrare le condizioni sonore esistenti e capire i livelli di rumore (abituali e massimi) ammissibili in relazione all’attività che dovrà realizzarsi in quell’area.

          Sulla base dei risultati, si potrà approvare o meno la costruzione della struttura, altrimenti occorrerà interrompere il progetto in corso.

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            Norme Igieniche in Cucina

            Norme Igieniche in Cucina

            Secondo la normativa vigente, i titolari degli esercizi di ristorazione-bar devono prestare molta attenzione alle norme igieniche in cucina, per quanto riguarda l’igiene alimentare: dai requisiti della cucina all’ampiezza delle superfici, dalla conservazione e manipolazione dei cibi all’abbigliamento adeguato.

            Ad esempio, la cucina deve essere posizionata in modo da facilitare la possibilità di immagazzinare le merci senza doverla attraversare e non deve avere angoli stretti e difficili da pulire, è necessario indossare i guanti e un copricapo, non si deve fumare, la divisa da lavoro deve essere di colore chiaro e sempre pulita, le mani vanno lavate frequentemente, gli alimenti devono essere conservati alla giusta temperatura, ecc.
             

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            I comportamenti prescritti sono finalizzati a prevenire il rischio di contaminazione dei cibi che potrebbe rilevarsi estremamente dannoso per la salute umana, in quanto potrebbe scatenare un’infezione, un avvelenamento, un’intossicazione e nei casi più gravi anche la morte.

            Pertanto, le misure di prevenzione non devono essere viste come una inutile perdita di tempo, ma come degli accorgimenti indispensabili per garantire la salubrità dei cibi e la salute del consumatore.

            Vediamo in questo articolo quali regole devono rispettare tutti coloro che operano nel settore alimentare.

            La Cucina: forma e dimensioni

            Uno degli aspetti da non sottovalutare al fine di garantire la salubrità degli alimenti è la cucina. Questa, infatti, deve essere dotata di due ingressi per consentire facilmente il passaggio delle merci che provengono dall’esterno.

            La forma deve essere regolare, cioè quadrata o rettangolare. In questo modo non ci saranno angoli stretti e difficili da pulire e la distribuzione dei pasti sarà molto più semplice.

            La dimensione, invece, dipende dal numero dei coperti. Pertanto, se il locale ha a disposizione:

            • 30 posti a sedere: la cucina dovrà essere di almeno 15 mq, inclusa la zona adibita a lavaggio;
            • 100 posti a sedere: la cucina dovrà essere di almeno 30 mq;
            • più di 100 posti a sedere: la dimensione della cucina dovrà essere di almeno 40 mq (oltre alla zona lavaggio).

            norme igieniche cucina

            Tuttavia, si consiglia di chiedere informazione all’ASL territorialmente competente, in quanto in alcuni casi la normativa prevede una diversa metratura.

            Quanto alle pizzerie, invece, la cucina deve avere una dimensione minima di 12 mq (escluso il forno utilizzato per le pizze).

            Altezza e superfici della Cucina

            Se i cuochi e gli altri addetti sono più di cinque, l’altezza minima della cucina deve essere di circa 3 metri, ad eccezione dei ristoranti ubicati in strutture particolari (come, ad esempio, in un edificio storico) per i quali occorre consultare sempre i regolamenti comunali.

            Le pareti e la pavimentazione devono essere di colore bianco o molto chiaro, facilmente lavabili e disinfettabili, mentre i piani di lavoro devono essere in acciaio inox o in ceramica.

            Per evitare rischi di contaminazione dei cibi e garantire la salute dei clienti è bene dividere i settori di lavorazione, ad esempio le carni e le verdure richiedono spazi e stoviglie separati e una frequente sanificazione degli utensili.

            Infine, in base alla dimensione del locale è necessario dotarsi di un sistema aerazione e di illuminazione efficienti.

            Connessi alla cucina ci sono poi i seguenti locali:

            • una dispensa: ossia un locale dove si trovano frigoriferi e freezer che deve essere accessibile anche dall’esterno;
            • un magazzino: vale a dire il deposito dove vanno posizionati tutti i prodotti che non vanno conservato al freddo (bevande incluse);
            • il lavaggio: il locale (o lo spazio, se interno alla cucina) dedicato al lavaggio e alle eventuali lavastoviglie;
            • lo spogliatoio: la stanza a disposizione del personale per il cambio degli indumenti, per usufruire di servizi igienici e per riporre i dispositivi non ammessi in cucina.

            L’Abbigliamento e la Cura della Persona in Cucina

            Altro aspetto fondamentale quando si parla di igiene alimentare è quello dell’abbigliamento da lavoro che deve essere specifico, di colore chiaro e sempre pulito. Ad esempio, è indispensabile indossare sempre il copricapo per contenere la capigliatura anche se i capelli sono pochi o rasati a zero.

            Pertanto, le regole da osservare in materia di abbigliamento da lavoro sono le seguenti:

            • indossare sempre gli indumenti adatti alla tipologia di lavoro facilmente lavabili ad alte temperature;
            • la divisa e il copricapo devono essere puliti, di colore chiaro, dotati di chiusure con bottoni automatici e privi di tasche
            • per recarsi all’esterno del locale è necessario rimuovere gli abiti da lavoro;
            • garantire corrette modalità di lavaggio di alimenti ed utensili;
            • utilizzare sempre un copricapo in grado di contenere tutta la capigliatura, forfora, gocce di sudore, ecc.;
            • laddove previsto, usare i guanti monouso (in caso di ferite sulle mani o in caso di manipolazione cibi pronti al consumo) da sostituire immediatamente in caso di rottura;
            • usare il vestiario protettivo (cuffie e copriscarpe usa e getta) quando necessario.

            Quanto all’igiene personale, invece, ogni addetto alla manipolazione e somministrazione degli alimenti deve:

            • tenere le unghie corte, pulite e senza smalto;
            • tenere capelli, baffi e barba sempre in ordine;
            • non indossare gioielli, anelli, bracciali;
            • utilizzare bende, cerotti impermeabili e guanti monouso in caso di ferite sulle mani;
            • evitare di starnutire o tossire sugli alimenti;
            • parlare solo quando si è a debita distanza da cibo;
            • evitare di toccarsi naso, bocca, orecchie durante il lavoro;
            • evitare di consumare cibi e bevande;
            • evitare di fumare;
            • lavarsi spesso le mani con sapone monouso e acqua calda prima di iniziare a lavorare e di toccare gli alimenti, ogni volta che si manipolazioni di cibi diversi, dopo aver mangiato, dopo aver starnutito, dopo aver usato i servizi igienici, ecc.

            La Conservazione degli Alimenti

            Gli addetti nel settore alimentare devono anche curare la corretta conservazione dei cibi. Per tale ragione è indispensabile avere almeno quattro diversi frigoriferi così suddivisi:

            • uno per il cibo liquido o solido che ha passato un ciclo di cottura, per piatti pronti o semilavorati;
            • uno per materie prime di carne e pesce (quando possibile, tuttavia, tali alimenti devono essere separati);
            • uno per la frutta e la verdura;
            • uno per latte, latticini, salumi e uova.

            Naturalmente l’impianto di refrigerazione deve essere sottoposto a regolare controllo per la valutazione della temperatura, secondo quanto previsto dalle linee guida del sistema HACCP (cioè il sistema di analisi dei pericoli e punti di controllo critico).

            Invece, gli alimenti surgelati o congelati possono essere anche contenuti in un unico freezer, a condizione che:

            • siano confezionati e ben protetti;
            • si effettui una pulizia periodica finalizzata a rimuovere il ghiaccio in eccesso ed eventuali residui di cibo.

            Infine, è importante:

            • proteggere gli alimenti dalla polvere e dagli insetti;
            • usare attrezzature sempre pulite;
            • lavare e disinfettare in continuazione;
            • controllare lo stato degli alimenti quando vengono consegnati.

            Il Rischio della Contaminazione degli Alimenti

            Tutte le misure viste poc’anzi vengono adottate per evitare il rischio di contaminazione che si verifica nel momento in cui si riscontra la presenza di sostanze tossiche negli alimenti. È facile comprendere che si tratta di una tipologia di rischio estremamente pericolosa per la salute umana in quanto potrebbe causare un’intossicazione, un avvelenamento, una malattia infettiva (come l’epatite A) oppure addirittura la morte. Ad esempio, la contaminazione può avvenire quando si mescolano insieme alimenti crudi e cotti oppure attraverso un mezzo che può essere rappresentato da un utensile da cucina, una superficie, dalle mani, dagli indumenti, ecc.

            Il rischio della contaminazione, quindi, riguarda soprattutto gli esercizi che operano nelle diverse fasi del settore alimentare (dalla preparazione dei cibi alla somministrazione del prodotto al consumatore finale) e può essere di tipo fisico (per la presenza di corpi estranei, come ad esempio una scheggia o un frammento di vetro), chimico (ad esempio a causa di sostanze non idonee all’imballaggio oppure per la presenza di pesticidi) o biologico (dovuto a batteri, virus e parassiti).

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              Prevenzione Legionella nei Luoghi di Lavoro

              Prevenzione Legionella nei Luoghi di Lavoro

              In alcune strutture come alberghi, terme, piscine, ecc. è necessario adottare tutte le precauzioni per la prevenzione della legionella, un batterio che può rivelarsi molto pericoloso per la salute umana e che tende a diffondersi nell’ambiente, sia nei bacini di acqua naturali che artificiali.

              I lavoratori maggiormente esposti al rischio legionella sono i manutentori delle torri evaporative e degli impianti di depurazione, gli addetti alle vendite di vasche idromassaggio, i vivaisti e così via.

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              Il contagio avviene inalando acqua contaminata da rubinetti, docce, impianti di umidificazione, ecc. e può manifestarsi sotto forma di polmonite (se si contrae la forma più grave) o con semplice febbre (nella forma più lieve). Per tale ragione è di fondamentale importanza prevenire l’infezione con interventi di manutenzione periodica degli impianti, anche con la collaborazione delle istituzioni e dell’autorità sanitaria territorialmente competente. Tra le misure più utilizzate ci sono lo shok termico, le lampade a raggi ultravioletti, la filtrazione, l’iperclorazione, ecc.

              Cos’è la Legionella?

              La legionella è un batterio responsabile di un’infezione che interessa soprattutto l’apparato respiratorio. Nel 1976, un’epidemia colpì un gruppo di veterani statunitensi che risiedevano in un albergo in Philadelphia. L’infezione provocò la morte di 34 persone e fu identificata dopo aver isolato il batterio Legionella pneumophila nell’impianto di aria condizionata dell’albergo.

              L’infezione può presentarsi in una forma grave (comunemente nota come Malattia dei Legionari per l’epidemia che colpì i veterani di guerra americani) o più leggera (Febbre di Pontiac).

              batterio legionella prevenzione

              In base ad alcuni studi, è emerso che sono predisposte a contrarre l’infezione da legionella le persone:

              • di sesso maschile e in età avanzata;
              • che consumano abitualmente alcool;
              • fumatrici;
              • affette da patologie croniche del polmone e da malattie come tumore, diabete, HIV, ecc.;
              • che usano farmaci che causano immunodepressione (ad esempio cortisonici, ecc.)

              La legionella rappresenta oggi un grave problema tanto da rappresentare un’emergenza nel campo delle malattie infettive.

              Dove si trova la Legionella?

              Il batterio della legionella si trova principalmente:

              • nei bacini idrici naturali: come i laghi, i fiumi, gli stagni, le acque termali, ecc.;
              • nei bacini idrici artificiali: come le fontane, le tubature, le piscine, ecc.;
              • nei fanghi e nei terreni umidi: ad esempio, nel terriccio da vaso;
              • nei sistemi d’areazione: tipo condizionatori, umidificatori dell’aria, ecc.

              La temperatura dell’acqua favorevole per la legionella è compresa tra i 5,7 e i 55°C. Al di sopra o al di sotto di questo livello il batterio non sopravvive. Quindi, la stagnazione e la presenza di incrostazioni, sedimenti e biofilm (cioè una pellicola di microrganismi) sono condizioni che favoriscono la proliferazione del batterio che, per giunta, può moltiplicarsi all’interno di alcuni organismi (come ad esempio nelle amebe) per sfruttarli come un serbatoio di nutrimento e protezione.

              Come si diffonde la Legionella?

              La legionella si diffonde soprattutto attraverso gli impianti idrici degli edifici che, essendo inquinati, fungono da amplificatori creando un potenziale rischio per la salute umana. In questo modo, il batterio si diffonde negli ambienti chiusi, in particolare:

              • nei reparti ospedalieri;
              • nelle case di cura;
              • gli alberghi;
              • nelle sale riunioni;
              • nei campeggi;
              • nelle navi da crociera;
              • durante le esposizioni commerciali di piscine, vasche idromassaggio e fontane decorative;
              • ovunque venga erogata acqua anche nebulizzata (rubinetti e docce, torri di raffreddamento, condensatori, vaporizzatori, sistemi di ricircolo dell’aria, ecc.).

              Un aspetto positivo è che, in base agli studi scientifici, non risulta che l’infezione da legionella possa trasmettersi tra esseri umani, quindi è escluso che il contagio possa avvenire da un paziente all’altro.

              Inoltre, la legionella può essere dovuta a una fonte unica o a più fonti indipendenti in aree geografiche particolarmente a rischio.

              Legionellosi: come si riconosce?

              Qualora una persona contragga la legionella è fondamentale riconoscere tempestivamente i sintomi in modo da intervenire in tempo ed evitare complicazioni.

              L’infezione colpisce maggiormente l’apparato respiratorio, tuttavia presenta delle caratteristiche peculiari che consentono di distinguerla dalla comune polmonite batterica o atipica.

              I sintomi più comuni della legionella variano a seconda che si contragga la forma grave (la cosiddetta Malattia dei Legionari) oppure la forma più lieve (Febbre di Pontiac). Nel primo caso si rilevano polmonite, febbre, raffreddore, tosse, mal di testa, dolori muscolari, astenia, perdita d’appetito e occasionalmente diarrea e disturbi renali. Nel secondo caso, invece, si verificano febbre, brividi, mal di testa e malessere generale.

              Generalmente, la forma più grave di legionella viene curata con un trattamento a base di antibiotici, mentre nella forma più lieve i sintomi durano pochi giorni e si risolvono spontaneamente.

              Per sapere se si è affetti da legionellosi occorre sottoporsi ad uno specifico test di laboratorio ed effettuare degli esami come la radiografia del torace e il test di funzionalità renale, oltre alla possibilità di isolare il batterio in coltura e ricercare l’antigene di legionella nell’urina.

              Come prevenire l’infezione da Legionella?

              Il rischio di infezione da legionella si previene monitorando con una certa continuità i sistemi idrici con i campioni di acqua ed effettuando una manutenzione periodica degli impianti attraverso una serie di trattamenti di disinfezione (come ad esempio la clorazione, filtrazione, battericidi di sintesi, ozono, acqua ossigenata catalizzata, trattamento a raggi UV ecc.).

              Un altro aspetto importante consiste nell’evitare la formazione di ristagni, limitare la lunghezza delle tubazioni, ecc. Inoltre può essere utile adottare i seguenti accorgimenti:

              • far scorrere l’acqua ad alte temperature (oltre i 55°C) prima di utilizzarla;
              • evitare i sistemi che prevendono serbatoi di accumulo dell’acqua;
              • pulire frequentemente i filtri dei rubinetti, i bollitori e altri serbatoi di acqua domestica;
              • evitare di esporsi a irrigatori automatici, fontane e docce con idromassaggio;
              • non irrigare orti e giardini utilizzando pompe con diffusori a spruzzo;
              • non riempire gli apparecchi per aerosolterapia oppure ossigenoterapia con l’acqua di rubinetto.

              Prevenzione Legionella: i principali mezzi di disinfezione fisica e chimica

              I principali mezzi di disinfezione di natura fisica utilizzati contro la legionella sono:

              • shock termico: che consiste nel portare l’acqua dell’impianto colpito dal batterio a una temperatura di 70-80 °C per circa tre giorni allo scopo di provocare la morte immediata del batterio. Occorre prestare molta attenzione e verificare che, durante la procedura, la temperatura dell’acqua nei punti distali sia pari o superiore ai 60°C altrimenti potrebbe non funzionare;
              • trattamento termico: gli impianti dell’acqua calda raggiungendo una temperatura di 60°C impediscono la colonizzazione del batterio;
              • lampade a raggi ultravioletti: l’irradiazione con luce ultravioletta inattiva i batteri producendo dei dimeri di timina nel DNA che ne ostacolano la replicazione;
              • filtrazione: in pratica di applicano dei filtri ai punti d’uso (rubinetti, docce, ecc.) in modo che l’acqua sia esente da legionella. È importante, però, pulire, disinfettare e sostituire i filtri costantemente.

              Invece, tra i mezzi di disinfezione di natura chimica ci sono:

              • iperclorazione shock: in pratica si immette del cloro nell’acqua con temperatura inferiore a 30° e si attende per circa una o due ore;
              • iperclorazione continua: il cloro viene aggiunto all’acqua in modo continuo;
              • ioni metallici: si aggiunge nell’acqua rame e argento;
              • biossido di cloro: in alcuni Paesi si sta sperimentando l’impiego del biossido di cloro per la disinfezione dell’acqua potabile, in modo da ridurre la crescita di biofilm nelle tubature;
              • ozono: biocida che danneggia il DNA batterico in modo più efficace del cloro.

              Tuttavia, ogni metodo deve essere prima valutato dalle autorità sanitarie competenti in quanto nonostante l’adozione delle suddette misure si corre il rischio di non colpire il biofilm con la conseguenza che i batteri potrebbero continuare a proliferare “indisturbati”.

              Anche negli studi professionali (soprattutto odontoiatrici) e negli appartamenti privati è indispensabile procedere con la pulizia periodica e la disinfezione di condizionatori, rubinetti, diffusori delle docce, guarnizioni ed eventuali serbatoi, avendo cura di decalcificare periodicamente i terminali e sostituire le guarnizioni e le parti usurate. Inoltre, se l’impianto idrico resta inattivo per un lungo periodo è buona norma lasciar defluire a lungo l’acqua da tutti i rubinetti prima di utilizzarla.

              Legionella: l’analisi del rischio nel DVR

              Prima di adottare qualsiasi misura volta a prevenire o ridurre il rischio da legionella nell’ambiente di lavoro è opportuno effettuare un’attenta analisi. In particolare, è obbligatorio predisporre il Documento di Valutazione del Rischio legionella (DVR) per i seguenti luoghi di lavoro:

              • strutture turistiche: come, ad esempio, alberghi, hotel, pensioni, campeggi, residence;
              • agriturismi e bed&breakfast;
              • navi da crociera;
              • strutture a uso collettivo: vale a dire piscine, impianti sportivi, palestre, ecc.
              • fiere, esposizioni, centri benessere, saune, strutture termali;
              • strutture sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali;
              • studi odontotecnici e dentisti.

              Il controllo del rischio legionellosi si suddivide in tre step:

              • valutazione: preliminarmente occorre individuare le caratteristiche specifiche degli impianti e delle strutture che possono favorire la presenza e la e proliferazione del batterio;
              • gestione: in questa fase vengono adottati tutti gli interventi finalizzati a ridurre oppure eliminare i rischi rilevati;
              • comunicazione: in pratica, è necessario formare ed informare tutti i lavoratori interessati dal rischio legionella.

              Nel DVR saranno quindi riportati i seguenti dati:

              • la fonte di approvvigionamento dell’acqua dall’impianto;
              • i punti di contaminazione dell’acqua;
              • le caratteristiche di funzionamento dell’impianto;
              • eventuali malfunzionamenti dell’impianto;
              • le prese d’aria per gli edifici;
              • la presenza di tubature e di impianti in grado di formare un aerosol capace di veicolare la legionella (un rubinetto, un nebulizzatore, una doccia, una torre di raffreddamento, ecc.);
              • la presenza e il numero di soggetti sensibili per abitudini particolari (es. fumatori) o caratteristiche peculiari (età, patologie croniche, ecc.)

              Il DVR legionella deve essere redatto solo da personale qualificato e va aggiornato periodicamente, in base alla tipologia di struttura. A titolo esemplificativo, se si tratta di un albergo, il DVR dovrà essere aggiornato ogni 2 anni, invece se si tratta di uno stabilimento termale la scadenza prevista è annuale.

              Oltre al Documento di Valutazione dei Rischi è indispensabile tenere anche un registro di autocontrollo per segnare gli interventi di manutenzione (ordinaria e straordinaria) eseguiti sui vari impianti.

              Prevenzione Legionella: le strategie a breve e a lungo termine

              Per prevenire il rischio da legionella possono essere adottate anche le seguenti strategie di difesa:

              • a breve termine: misure volte ad eliminare le proliferazioni dei batteri nell’immediato come, ad esempio, la decalcificazione o la sostituzione dei soffioni delle docce e la disinfestazione degli impianti idrici;
              • a lungo termine adottate a titolo di prevenzione: ad esempio, la disinfestazione periodica dei serbatoi di accumulo di acqua degli impianti idrici, il controllo dei soffioni, separare le tubature dell’acqua calda da quelle dell’acqua fredda, programmare visite ispettive sull’impianto idrico per evitare possibili stagnazioni d’acqua, ecc.

              Rischio Legionellosi e responsabilità

              La responsabilità di assicurare la manutenzione degli impianti allo scopo di ridurre il rischio di infezione da legionella ricade:

              • sul datore di lavoro, laddove vi siano rischi derivanti dall’attività per i dipendenti, visitatori, ecc.;
              • sul lavoratore autonomo: se ci sono rischi derivanti dalla sua attività;
              • sul proprietario dei locali utilizzati da visitatori/clienti per soggiorni più o meno lunghi: hotel, case vacanza, campeggi, ecc.

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                Nomina Coordinatore Sicurezza: i requisiti e quando deve essere fatta

                Nomina Coordinatore Sicurezza: i requisiti e quando deve essere fatta

                La Nomina Coordinatore Sicurezza è necessaria nei Cantieri Edili, quando c’è la presenza di più imprese esecutrici, anche se non si trovano a svolgere il lavoro contemporaneamente.

                Infatti, allo scopo di prevenire i rischi nel settore dell’edilizia è stata introdotto la figura del Coordinatore della Sicurezza, il quale, insieme al responsabile dei lavori, ha un ruolo fondamentale all’interno dei cantieri sia in fase di progettazione che in fase di esecuzione. In pratica, si tratta di un professionista abilitato che lavora come intermediario tra i committenti, i progettisti, le ditte e gli operai coinvolti nei lavori all’interno di un cantiere.

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                Vista l’importanza del ruolo, chi aspira a lavorare come Coordinatore della Sicurezza deve seguire dapprima un corso di formazione e successivamente un aggiornamento periodico, per mantenere la qualifica e migliorare le competenze acquisite. In caso contrario, non è possibile svolgere il ruolo di coordinatore nei cantieri temporanei e mobili.

                Coordinatore della Sicurezza: chi è e cosa fa?

                Il Coordinatore della Sicurezza è un professionista a cui viene demandato il compito di coordinare le imprese impegnate nei lavori allo scopo di ridurre o comunque prevenire i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori all’interno dei cantieri temporanei e mobili.

                Il Coordinatore per la Sicurezza svolge due ruoli importanti e distinti:

                • redige il piano di coordinamento per la sicurezza per prevenire eventuali rischi che potrebbero danneggiare la salute dei lavoratori;
                • monitora l’andamento del progetto, assicurandosi che l’azienda e i lavoratori adottino tutte le regole previste nel piano di coordinamento per la sicurezza.

                Nel primo caso si parla di Coordinatore della Sicurezza in fase di Progettazione (CSP), nel secondo caso, invece, si parla del Coordinatore della Sicurezza in fase di Esecuzione (CSE).

                nomina coordinatore sicurezza

                Le suddette funzioni possono essere svolte da due professionisti diversi oppure dalla stessa persona. Va precisato che il coordinatore per la progettazione deve essere nominato nel momento in cui si affida l’incarico al progettista, quello in fase di esecuzione, invece, al momento dell’affidamento dei lavori ai realizzatori dell’opera.

                Tuttavia, a differenza del Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP) che deve essere sempre nominato, a prescindere di quale sia l’azienda e per il cui ruolo basta un diploma ed una formazione adeguata, il Coordinatore per la Sicurezza è una figura obbligatoria solo in caso di cantieri edili e deve necessariamente possedere un titolo di studio affine al settore in cui si troverà ad operare (come ad esempio la laurea in ingegneria).

                Requisiti nomina Coordinatore Sicurezza

                Per poter ricoprire il ruolo di Coordinatore della sicurezza sia in fase di progettazione (CSP) sia in fase di esecuzione (CSE), è necessario essere in possesso dei seguenti titoli di studio:

                • diploma di geometra o perito industriale o perito agrario o agrotecnico nonché attestazione da parte del datore di lavoro comprovante l’esperienza nel settore delle costruzioni di almeno tre anni;
                • laurea magistrale in ingegneria, architettura o geologia unitamente all’attestazione comprovante l’espletamento di attività lavorativa nel settore delle costruzioni per almeno un anno. In caso di laurea triennale, è necessaria un’esperienza lavorativa di almeno due anni.

                Inoltre, occorre frequentare un corso di formazione della durata di 120 ore allo scopo di apprendere:

                • l’analisi dei rischi, le norme di buona tecnica e i criteri per l’organizzazione del cantiere;
                • le metodologie per l’elaborazione dei piani di sicurezza e coordinamento (PSC), dei piani operativi per la sicurezza (POS), piani sostitutivi della sicurezza (PSS), ecc.

                Una volta concluso il corso, verrà rilasciato un attestato dopo il superamento di un test finale.

                Il Coordinatore per la Sicurezza: Progettazione ed Esecuzione

                Il Coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione (CSP) ha il compito di:

                • predisporre il piano di sicurezza e di coordinamento e analizzare gli aspetti legati ai rischi e alle misure di prevenzione e protezione da adottare per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori;
                • predisporre un fascicolo contenente le informazioni utili ai fini della prevenzione e della protezione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, tenendo conto delle specifiche norme di buona tecnica.

                Tali compiti devono essere portati a termine durante la fase della progettazione dell’opera.

                Il Coordinatore per la Sicurezza in fase di esecuzione (CSE), invece, ha il compito di:

                • verificare che tutti i soggetti coinvolti rispettino le indicazioni contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento;
                • controllare l’idoneità del piano operativo di sicurezza (POS);
                • adeguare il piano di sicurezza e di coordinamento, in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute;
                • organizzare la cooperazione ed il coordinamento delle attività di lavoro;
                • segnalare al committente e al responsabile dei lavori eventuali inosservanze;
                • sospendere le operazioni di lavoro in caso di pericolo grave e imminente fino a quando non vengano effettuati gli adeguamenti necessari.

                Obblighi del committente o del responsabile dei lavori

                L’art. 90 del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro prevede che nei cantieri in cui è prevista la presenza di più imprese esecutrici, il committente o il responsabile dei lavori deve designare:

                • il coordinatore per la progettazione contestualmente all’affidamento dell’incarico;
                • il coordinatore per l’esecuzione dei lavori prima dell’affidamento dei lavori.

                Se in possesso dei requisiti previsti dalla legge, il committente o il responsabile dei lavori possono svolgere le funzioni di CSP e CSE e procedere personalmente alla sostituzione dei soggetti designati.

                Coordinatore per la Sicurezza: l’aggiornamento

                A questo punto è chiaro che il Coordinatore per la Sicurezza è una figura indispensabile per prevenire i rischi all’interno di un cantiere. Per questa ragione è importante curare non solo la formazione, ma anche l’aggiornamento.

                In particolare, una volta superato positivamente il test finale del corso di formazione è necessario seguire, ogni 5 anni, un corso di aggiornamento della durata complessiva di 40 ore così articolato:

                • Modulo 1 dedicato alla normativa: durante il corso si studia il sistema legislativo in materia di sicurezza dei lavoratori, la responsabilità civile, penale e amministrativa, la tutela assicurativa, ecc.;
                • Modulo 2 dedicato all’analisi del rischio e del pericolo: infortuni, segnaletica, dispositivi di protezione individuale, ecc.;
                • Modulo 3 dedicato al documento valutazione rischi (DVR), al piano di sicurezza e coordinamento (PSC), al piano operativo di sicurezza (PSO), ecc.;
                • Modulo 4 dedicato alle lavorazioni particolari: scavi, demolizioni, lavori in quota, ecc.;
                • Modulo 5 dedicato ai rischi specifici: agenti chimici, biologici e cancerogeni, rischio elettrico, esposizione al rumore e alle vibrazioni, ecc.

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                  Lavorare in Sicurezza durante lo Smart Working

                  Lavorare in Sicurezza durante lo Smart Working

                  L’emergenza sanitaria del Coronavirus ha modificato notevolmente le modalità di svolgimento della prestazione lavorativa. Sono sempre di più le aziende che fin dal lockdown forzato del mese di marzo 2020 hanno adottato lo smart working, anche noto come lavoro da remoto o lavoro agile, nella speranza di contrastare la diffusione del virus e consentire ai dipendenti di continuare a lavorare in sicurezza. Seconde alcune imprese, lo smart working rappresenta una soluzione da prendere in considerazione anche al di là di una situazione di emergenza.

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                  Tuttavia, quando si lavora da casa è importante adottare alcuni comportamenti per evitare il rischio di incidenti e infortuni domestici. Per questo motivo, il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza del lavoratore consegnando ogni anno un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. Il lavoratore, invece, deve dare il proprio contributo per adottare le misure di prevenzione volte ad evitare i pericoli legati all’esecuzione dell’attività.

                  Infatti, il Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro prevede che il lavoratore partecipi ai corsi di formazione in base al livello di rischio della propria mansione, ma senza oneri economici a suo carico. Come risaputo, alla fine di ogni corso di formazione deve essere rilasciato un attestato ad ogni partecipante.

                  Smart Working: cosa vuol dire?

                  Con il termine smart working si intende il “lavoro agile” (anche detto lavoro da remoto), ossia una modalità che permette di svolgere l’attività lavorativa in qualsiasi luogo senza precisi vincoli di orario e con l’utilizzo di strumenti tecnologici. Infatti, per creare una postazione di lavoro basta un computer (o un tablet) ed un collegamento alla linea internet.

                  sicurezza smart working

                  Vantaggi e modalità dello Smart Working

                  Lo smart working presenta sicuramente il vantaggio per il dipendente di non dover raggiungere l’azienda, in quanto tutto si svolge da casa (oppure da un altro luogo anche all’aperto) con un notevole risparmio di tempi e costi.

                  Va detto, però, che il datore di lavoro deve comunque assicurare ai propri dipendenti parità di trattamento economico ed una tutela in caso di infortuni e malattie professionali, al pari dei colleghi che continuano a lavorare in azienda.

                  Il lavoro agile può essere adottato in virtù di un accordo scritto e trasmettendo al lavoratore l’informativa scritta nella quale sono individuati tutti i rischi generali e specifici connessi all’esecuzione di questa particolare attività.

                  Più precisamente, l’azienda che intende attivare lo smart working deve trasmettere una comunicazione amministrativa al Ministero del Lavoro contenente:

                  • i dati del datore di lavoro e del lavoratore;
                  • la tipologia di lavoro (tempo determinato o indeterminato);
                  • la durata.

                  Parimenti devono essere trasmesse eventuali modifiche e cessazioni dell’accordo di lavoro agile.

                  I rischi più comuni durante lo Smart Working

                  Come già detto, anche se il lavoratore viene collocato in smart working è indispensabile prestare particolare attenzione ai rischi connessi a questa tipologia di attività.

                  Anzitutto, uno dei problemi principali riguarda la postazione di lavoro, in quanto non tutti hanno la disponibilità di uno spazio personale in cui svolgere l’attività lavorativa. Spesso, infatti, le postazioni sono condivise con gli altri membri della famiglia e ciò può essere fonte di tensione e stress.

                  Pertanto, è necessario adottare alcuni accorgimenti per evitare o comunque ridurre al massimo il cosiddetto rischio ergonomico. Quindi, per mantenere una postura corretta e lavorare in modo sicuro è bene:

                  • utilizzare la sedia adeguata anche in base all’altezza del piano di lavoro;
                  • non sollevare le spalle e tenere le braccia verticali al corpo;
                  • regolare la posizione dello schermo che deve essere frontale con il margine superiore all’altezza degli occhi;
                  • mantenere una giusta distanza dallo schermo (ad esempio tra i 50 e i 70 cm);
                  • posizionare la tastiera a 10-15 cm dal bordo del piano di lavoro;
                  • regolare l’illuminazione e la temperatura dell’ambiente per lavorare nelle condizioni migliori.

                  Un altro rischio sono gli incidenti domestici. I più frequenti, secondo i dati INAIL, sono le cadute generate principalmente dai seguenti fattori:

                  • pavimento bagnato;
                  • presenza di cavi elettrici o fili;
                  • spigoli;
                  • uso non corretto delle scale.

                  Inoltre, non vanno trascurati i rischi legati:

                  • all’elettricità (pensa, ad esempio, se si utilizzano apparecchi difettosi);
                  • a materiali infiammabili (legno, carta, alcol, ecc.);
                  • ad elementi che possono innescare un incendio (tipo un impianto elettrico).

                  L’informativa sulla Sicurezza in caso di Smart Working

                  Come già anticipato poc’anzi, quando il dipendente viene collocato in smart working deve ricevere dal proprio datore di lavoro un’informativa scritta, cioè un documento su cui sono riportati tutti i rischi, generali e specifici, connessi a questa particolare modalità di lavoro.

                  Il ruolo del lavoratore nello Smart Working

                  La legge prevede espressamente lo specifico obbligo di cooperazione cui è tenuto il lavoratore, il quale deve dare il proprio contributo all’attuazione delle misure di prevenzione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi allo smart working.

                  Quindi, il lavoratore è responsabile:

                  • per l’uso improprio dei dispositivi tecnologici che gli sono stati assegnati (personal computer, tablet, smartphone, ecc.);
                  • in caso di violazione delle direttive aziendali circa le indicazioni sul corretto utilizzo degli strumenti informatici e tecnologici;
                  • degli strumenti ricevuti dal datore di lavoro;
                  • della riservatezza dei dati aziendali, cui può accedere mediante gli strumenti tecnologi che gli sono assegnati;

                  Inoltre, il lavoratore ha il compito di:

                  • garantire la riservatezza dell’azienda, conseguire gli obiettivi prefissati ed essere sempre disponibile e reperibile per il datore di lavoro, telefonicamente oppure in videoconferenza, negli orari di lavoro al fine di favorire la produzione aziendale;
                  • impedire che soggetti estranei possano avere accesso ai dati dell’azienda;
                  • rispettare i limiti massimi di orario giornaliero e settimanale previsti dalla legge e dai contratti collettivi;
                  • collaborare per adottare le misure di prevenzione volte a contrastare i rischi connessi allo smart working;
                  • evitare di assumere condotte che possano generare un pericolo per la propria salute e sicurezza o per quella di terze persone;
                  • individuare i luoghi di lavoro più idonei in cui poter svolgere la prestazione lavorativa;
                  • evitare luoghi, ambienti, situazioni e circostanze da cui possa derivare un pericolo per la propria salute e sicurezza o per quella dei terzi.

                  Smart working: al chiuso o all’aperto?

                  Lo smart working può essere svolto sia in ambiente chiuso sia all’aperto. Nel primo caso sono necessari:

                  • un adeguato impianto di illuminazione e di areazione;
                  • la disponibilità di servizi igienici e acqua potabile;
                  • la giusta temperatura (a seconda della stagione).

                  Se invece si lavora in un ambiente all’aperto è indispensabile che:

                  • ci sia una bassa esposizione al sole;
                  • ci siano le condizioni climatiche favorevoli;
                  • il luogo sia facilmente raggiungibile da eventuali soccorsi;
                  • l’area in cui si lavora non presenti sostanze combustibili o infiammabili;
                  • si utilizzi un abbigliamento adeguato e le protezioni giuste (creme, antistaminici, ecc.).

                  L’importanza della comunicazione nello Smart Working

                  Uno degli aspetti più problematici dello smart working, quindi del lavoro a distanza, riguarda la comunicazione. Potrebbe essere difficile, infatti, per il lavoratore comunicare con i colleghi oppure con il datore di lavoro in quanto i continui scambi di mail, sms o messaggi causano spesso dei fraintendimenti.

                  Quindi è molto importante in caso di lavoro agile il ruolo svolto dal personale delle risorse umane, al quale spetta il compito di gestire la comunicazione interna, anche creando delle chat e attivando delle videoconferenze allo scopo di favorire un clima aziendale sereno e far sentire i lavoratori parte di una squadra.

                  La copertura Inail in caso di infortuni sul lavoro durante lo Smart working

                  Secondo la Legge 81 del 22 maggio 2017, il lavoratore “ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dipendenti da rischi connessi alla prestazione lavorativa resa all’esterno dei locali aziendali“.

                  Va detto, però, che non è necessaria una specifica copertura INAIL, in quanto il lavoratore è tutelato anche se lavora in smart working da casa e dovesse subire qualche infortunio durante l’orario di lavoro.

                  Quindi, in buona sostanza, il lavoratore agile è coperto sia per gli infortuni sul luogo di lavoro (ossia presso la propria abitazione) sia per quelli che dovessero verificarsi in itinere, cioè durante il tragitto da casa al luogo indicato per la prestazione lavorativa.

                  Il datore di lavoro deve comunque provvedere sia all’informazione che alla formazione in materia di sicurezza per tutti i dipendenti che lavorano da casa.

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                    Attestati Sicurezza Falsi: come riconoscerli?

                    Attestati Sicurezza Falsi: come riconoscerli?

                    Il fenomeno degli attestati sicurezza falsi è in continua crescita. Non sono rari, infatti, i casi in cui si cercano degli escamotage per ottenere la certificazione senza partecipare ai Corsi Sicurezza sul Lavoro. L’obbligo di formazione è avvertito da alcuni datori di lavoro come un costo e un impedimento alle normali attività.

                    Per tale ragione, alcuni commettono l’errore di acquistare degli attestati sulla sicurezza falsi, credendo di risparmiare tempo e denaro. In casi del genere, però, il datore di lavoro (e chi ha prodotto il certificato falso) incorre in responsabilità penale.
                     

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                    Cause della diffusione degli Attestati Sicurezza Falsi

                    Alcuni datori di lavoro non offrono alcuna formazione ai propri lavoratori e pur di risparmiare tempo e denaro acquistano degli attestati falsi. Tale condotta, ovviamente, non è priva di risvolti penalmente rilevanti come vedremo a breve.

                    Il motivo di un simile comportamento è dettato dal fatto che il datore di lavoro:

                    • non crede nella formazione;
                    • non vuole impiegare il tempo del lavoratore in attività “non produttive”;
                    • non vuole spendere soldi.

                    attestato sicurezza falso

                    Attestati Falsi: cosa rischia il Datore di Lavoro?

                    Il datore di lavoro che accetta dei falsi attestati sulla Sicurezza sul Lavoro rischia:

                    • l’arresto fino a quattro mesi e l’ammenda oltre cinque mila euro per violazione dell’obbligo di formazione. Se la violazione riguarda più di 5 lavoratori gli importi sono raddoppiati, mentre se riguarda più di 10 lavoratori, gli importi sono triplicati;
                    • di essere denunciato alle autorità territorialmente competenti per il reato di falsità ideologica. La responsabilità per la condotta antigiuridica del falso è a carico di chi ha presentato la certificazione alle autorità (datore di lavoro o suo delegato) e di chi ha prodotto materialmente il falso;
                    • di essere denunciato per il reato di lesioni colpose o omicidio colposo a seconda che da un eventuale infortunio derivi una malattia o la morte del lavoratore. In questa ipotesi eventuali enti assicurativi e previdenziali possono rivalersi contro il datore di lavoro per il risarcimento dei danni riconosciuti al lavoratore.

                    In ogni caso, le autorità competenti (organi di vigilanza e magistratura) possono richiedere all’organismo che ha emesso l’attestato, copia della documentazione obbligatoria per l’emissione della certificazione del percorso formativo.

                    Danni provocati degli Attestati Sicurezza Falsi

                    La pratica di richiedere e accettare un attestato sulla sicurezza falso provoca un danno:

                    • ai lavoratori, che non ricevendo una formazione adeguata possono adottare una serie di comportamenti non idonei con il rischio di causare incidenti anche mortali;
                    • all’immagine dell’azienda, sia percepita da parte dei lavoratori, che da parte dei clienti e fornitori;
                    • a tutto il settore professionale della Formazione Sicurezza sul Lavoro, in quanto crea l’idea di un ambito non serio, dove basta imbrogliare.

                    Come distinguere un Attestato Falso da uno Vero?

                    Gli aspetti da tenere in considerazione quando si parla di attestati di sicurezza sono i seguenti:

                    • la denominazione dell’ente che ha erogato il corso di formazione;
                    • i dati del partecipante (nome, cognome, data e luogo di nascita, codice fiscale);
                    • la normativa di riferimento che richiede l’obbligo di formazione;
                    • la tipologia di corso seguito;
                    • la durata del corso;
                    • il periodo di svolgimento;
                    • la firma del responsabile;
                    • il numero dell’attestato;
                    • eventuale QR code (non indispensabile).

                    In generale, la presenza dei suddetti elementi permette una prima scrematura, ai fini di identificare un attestato sicurezza falso.

                    Come verificare se un Attestato Vero è stato copiato?

                    Purtroppo, la presenza di tutti i suddetti elementi non è sufficiente a garantirne la validità di un attestato. Si sono verificati infatti casi di attestati veri fotocopiati e modificati, a cui sono stati cambiati solamente i dati anagrafici del corsista, mantenendo inalterati gli altri dati.

                    In questo caso, l’unico modo per verificare l’effettiva validità di un attestato, è controllare il numero dell’attestato con l’ente che l’ha emesso. Se i dati anagrafici presenti sull’attestato non corrispondono con quelli in possesso dell’ente, allora si tratta di un falso.

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